Dopo l’affaire don Alberto Ravagnani, che ha annunciato l’abbandono dell’abito talare, ritorno – dopo averlo fatto solo sul sito difesapopolo.it – sull’aspetto centrale che caratterizza in questo frangente storico tutta la comunicazione, ecclesiale e non: funzionano gli individui. Squadre, associazioni e collettivi fanno fatica. Tanta. La colpa è sia degli algoritmi sia della cultura dei tempi. Stacce, direbbero a Roma.
L’individuo è il centro: la libertà assoluta viene barattata con la solitudine. Spesso col vuoto. Lo vediamo in politica, con l’effettiva sparizione dei classici partiti contendibili con congressi, mozioni e sezioni, e l’affermazione di strutture verticistiche che dipendono dalla volontà – e dalle capacità carismatiche – di un solo leader e del suo rispettivo cerchio magico. Lo vediamo anche nell’associazionismo, con le difficoltà del volontariato. Ma lo vediamo anche nel crollo dei matrimoni, della solitudine che si manifesta in modo uguale tra gli anziani e tra i giovani.
La Chiesa, ben prima del Concilio, aveva efficacemente contrastato le derive del clericalismo centralista, con un unico prete padre-padrone per decenni di una sola parrocchia, con la partecipazione e la corresponsabilità diffusa. Sui social, però – e di conseguenza nelle casse di risonanza dei media – “funzionano” molto di più i singoli preti carismatici delle voci, spesso istituzionali, senza volto e a volte ai limiti del burocratese di associazioni, confraternite, movimenti e ordini religiosi plurisecolari.
La strada che abbiamo di fronte è obbligata. Togliere i social ai preti e scoraggiare la missionarietà nel digitale sarebbe un errore. Per questo, dobbiamo hackerare l’algoritmo usando la sua stessa grammatica (volti, storie, emozioni) per veicolare la sintassi del “noi” e non dell’“io”. Dobbiamo metterci la faccia e darci lo spazio per sentire il dolore della nostalgia del “noi”. È quel dolore che ci spingerà a ricercarci l’un l’altro.