Idee
«Non è soltanto una protesta studentesca, ma il segnale di un malessere che attraversa diverse generazioni. A scendere in piazza, nelle ultime settimane, sono stati studenti delle superiori, universitari e lavoratori, accomunati da rivendicazioni che riguardano il diritto allo studio, il lavoro, il costo della vita e le prospettive per il futuro. Sono piazze che esprimono esigenze molto chiare», osserva Marco Nimis, 24 anni, coordinatore dell’Unione degli universitari (Udu) di Padova e rappresentante in Senato accademico dell’Ateneo patavino.
In città la mobilitazione è iniziata il 16 ottobre con una manifestazione organizzata dagli studenti delle superiori e universitari, «pacifica e molto partecipata». Poi il 30 ottobre, in occasione dello sciopero generale indetto dall’Unione sindacale di base (Usb), con la presenza di studenti e, in più, parecchi lavoratori. «In queste piazze non c’è solo una generazione, ma in realtà un Paese intero che vive un malcontento diffuso legato alla precarietà economica, lavorativa e sociale. Si avverte manchevole l’azione dello Stato e delle realtà che dovrebbero aiutare in tutti questi ambiti». Tra le principali rivendicazioni avanzate nelle manifestazioni di queste settimane c’è innanzitutto il finanziamento dell’istruzione. «Chiediamo da anni che si investa almeno il 5 per cento del Pil, mentre oggi la spesa italiana resta ben al di sotto della media europea». Il tema della guerra e degli equilibri internazionali è parte integrante delle mobilitazioni. «Siamo una generazione che si sta abituando a vivere in un tempo in cui parlare di guerra e genocidio sembra diventato normale», afferma Nimis, richiamando quanto accade in Palestina e in Ucraina. Da qui la richiesta che l’Italia riaffermi il principio costituzionale del ripudio del conflitto e assuma posizioni più nette sul piano internazionale, opponendosi all’incremento della spesa militare previsto dagli accordi europei e dalla Nato.
Per gli universitari un’altra emergenza emersa nelle proteste riguarda il diritto alla casa. «A Padova il problema degli affitti e della disponibilità di alloggi è enorme. I fondi del Pnrr anziché rafforzare l’edilizia residenziale pubblica e le strutture dell’Esu, l’Azienda regionale per il diritto allo studio universitario, sono stati in larga parte destinati a strutture private, senza garantire una soluzione duratura». A queste difficoltà si aggiungono la precarietà lavorativa e l’incertezza sul futuro, spiega il coordinatore di Udu Padova, con molti giovani che non riescono a immaginare di avere un posto fisso o una pensione. Nimis denuncia la scarsa presenza delle nuove generazioni nei luoghi decisionali: «La politica si è abituata ad ascoltare soprattutto gli adulti e gli anziani. Le piazze stanno dicendo che i giovani esistono e vogliono avere voce sul proprio futuro. L’Udu chiede alle istituzioni di aprire un confronto concreto, a partire dalla Regione del Veneto». Intanto la mobilitazione prosegue: «Dopo un mese di assemblee, il prossimo appuntamento nazionale è fissato per il 20 novembre. Le manifestazioni continueranno a crescere finché non arriveranno risposte concrete».
Sono due i temi principali che Silvia Barbato, responsabile regionale dell’Associazione guide e scout cattolici italiani (Agesci) del Veneto, riconosce nelle recenti mobilitazioni e che ritrova nel sentire degli scout: la scuola e la pace. «La prima è un ambiente che rappresenta una parte fondamentale della loro vita. Accanto a questa c’è la pace, un valore particolarmente caro ai nostri ragazzi, sia sul piano ideale sia su quello valoriale, ed è un argomento che avvertono con grande partecipazione». Il tema della pace in particolare è un ambito di lavoro costante, seguito anche dalle “Sentinelle di pace”, capi che promuovono delle iniziative e delle relazioni con gruppi scout di Paesi attraversati da situazioni di difficoltà, come l’Ucraina e la Palestina. «Agiamo sulla qualità delle relazioni e sui linguaggi». Un altro aspetto che la responsabile riconosce essere trasversale ai giovani delle piazze e a quelli scout è l’avere voce per poter essere parte attiva nelle scelte che li riguardano, «con una richiesta di protagonismo; vogliono poter dire la loro. È un principio che è già al centro del nostro metodo». L’associazione non ha preso parte alle manifestazioni come gruppo, ma si pone con attenzione alle istanze di chi è sceso in piazza: «Siamo una realtà educativa e il nostro compito è accompagnare i ragazzi a maturare idee proprie e a prendere decisioni, insegnando loro a trovare soluzioni e a impegnarsi per realizzarle. Li guidiamo verso la responsabilità personale, l’ascolto reciproco e la capacità di riconoscere e curare i bisogni, sia i propri che quelli altrui. È un percorso che porta a renderli consapevoli e artefici del cambiamento: non solo liberi di esprimere il proprio pensiero, ma capaci di tradurlo in azioni concrete per il bene della comunità».

La manifestazione del 30 ottobre a Padova si è svolta senza particolari criticità né scontri con le forze dell’ordine. Il corteo, partito da piazzale della Stazione, ha coinvolto migliaia di persone tra studenti e lavoratori, ha attraversato il centro cittadino per concludersi in Prato della Valle. Durante la protesta alcuni manifestanti hanno bruciato una fotografia del ministro Valditara.
«Apprezzo moltissimo che ci sia voglia di cambiare le cose, di costruire un futuro migliore mettendosi in gioco per raggiungerlo». A dirlo è Luca Costa, 18 anni, segretario del circolo padovano del Movimento studenti di Azione cattolica (Msac) che precisa come il Movimento non ha ancora elaborato una posizione ufficiale sulle proteste di queste settimane. «Il nostro metodo punta per lo più sulla rappresentanza studentesca, cercando di promuovere dei cambiamenti attraverso le vie istituzionali». Il Msac propone attività e momenti di dialogo «per stimolare i ragazzi a esprimere liberamente le proprie idee, a confrontarsi sui temi di attualità e sviluppare un pensiero critico e autonomo, senza indirizzarli verso una specifica posizione».