Fatti
Ristagno economico, autoritarismo, cambiamenti climatici, lotta alla povertà e azioni per il cambiamento. Sono una serie di tematiche dominanti nel “Sud globale”: una contro-narrazione rispetto al focus mediatico occidentale che, ad esempio, arriva dall’Africa e in particolare da Zambia, Camerun e Madagascar. In questi Paesi si affronta un inizio d’anno faticoso, all’insegna della resistenza alle leadership autoritarie (e molto anziane) e alle ingerenze economiche straniere. Diverse le difficoltà legate all’economia stagnante e al neocolonialismo.
Lo sviluppo resta una chimera. Già, i Paesi del Sud del mondo, spesso bollati con l’etichetta di “in via di sviluppo”, in realtà lo sviluppo o lo intravvedono assai lontano o non lo registrano affatto. Fattori economici, politici, sociali e ambientali tengono lontani giustizia, diritti e benessere da gran parte di Africa, Asia e America Latina. L’indigenza dilaga, i conflitti abbondano; è difficile trovare adeguate strutture di cura, altrettanto difficile disporre di una scuola e di una università al passo coi tempi. Per non parlare dei problemi della casa, delle infrastrutture per la mobilità, degli impianti produttivi. Non va trascurato lo sfruttamento delle risorse naturali da parte di Stati e multinazionali “stranieri”.
Paradosso dei paradossi. Le “risorse umane” non mancherebbero, trattandosi di Paesi con popolazioni giovanissime. Tradizioni e culture locali, unite alle diverse forme di spiritualità e alle comunità religiose, mettono in luce possibili elementi e opportunità di crescita. Ma rimangono gli ostacoli legati alla politica, allo stesso neocolonialismo. E al fatto che, troppo impegnato nei suoi interessi e problemi,
E – paradosso dei paradossi – mentre gli “occidentali” pescano ricchezza (mediante sfruttamenti intensivi di terra e miniere) laddove vige la povertà, tagliano le risorse per la cooperazione allo sviluppo (il caso di UsAid è emblematico) che, occorre riconoscerlo, ha avuto in passato meriti non trascurabili.
Non mancano solidarietà e generosità. Tutto questo è quotidianamente raccontato dai missionari che dedicano la loro vita a seminare pace, fraternità, dialogo, iniziative concrete in nazioni come Sudan, Nigeria, Gambia, Mozambico; oppure in India, Thailandia, Siria, Mongolia; o, ancora, in Brasile, Colombia, Messico; nelle isole del Pacifico come nelle periferie urbane, tra foreste equatoriali o nelle aride savane. Le Pontificie opere missionarie fanno la loro parte; anche la Conferenza episcopale italiana, come altre “consorelle” europee, investono in “terra di missione”. Sono esempi, importanti, ma non sufficienti. Ci sono voci e vite e sostenute dagli istituti missionari, innumerevoli fidei donum, laici, suore, preti, intere famiglie che si dedicano con generosità proprio al Sud del mondo. Esperienze raccontate nelle riviste missionarie, mentre sfuggono per lo più ai grandi media. E ai grandi leader del mondo: difficile immaginare che i politici impegnati a darsi battaglia (letteralmente o metaforicamente) in Ucraina, Venezuela, Terra Santa, Iran o Groenlandia, possano dedicare tempo e risorse ai tanti Sud del mondo. Qui – grazie a Popoli e Missione – abbiamo raccolto tre testimonianze.
Zambia: Paese sotto scacco cinese
“Lo Zambia, pur parzialmente riemerso dalla trappola del debito pubblico, è in una fase di attesa e di tensione – racconta padre Antonio Guarino, comboniano –. Ad agosto prossimo ci saranno le elezioni e il presidente in carica Hakainde Hichilema non vuole lasciare il potere; sta facendo di tutto per essere rieletto”. La Conferenza dei vescovi è critica nei confronti del rischio di rielezione per un secondo mandato e perciò “subisce un tentativo di discredito”, racconta. Lo Zambia si è molto svincolato dalle ingerenze americane e dal potere del dollaro, “ma è sempre di più sotto scacco cinese e ha addirittura introdotto nel Paese la moneta di Pechino, il renminbi, un fatto a mio avviso preoccupante perché la Cina domina tutto il settore minerario zambiano, soprattutto quello del rame”.
Camerun: “Qui la gente non sta più zitta”
Un altro Paese che avrebbe le potenzialità per rialzare la testa e dare potere alle nuove leve, ma reprime il cambiamento, è il Camerun. Le elezioni di ottobre hanno portato alla rielezione di Paul Biya per un ottavo mandato, facendo precipitare il Paese nel caos. Suor Loreta Baldelli, comboniana, ci racconta la delusione della popolazione la cui età media non supera i 24 anni. “Forse non sono loro – i giovani che nessuno ascolta – ad aver bisogno di liberazione, ma noi occidentali, incastrati nelle nostre presunzioni, nel nostro orgoglio, e dalle ricchezze che ci illudono. Abbiamo molte sicurezze in Europa; eppure, ci sentiamo a rischio”. Suor Loreta dice: “Sono io quella che si sente povera, una povertà che, se accolta, può diventare rinascita”. In Camerun, racconta, “la gente non sta più zitta: ‘non vogliamo violenza, vogliamo verità’, dicono le persone, ma la comunità internazionale sottovaluta la loro grande determinazione”.
Madagascar: l’istruzione può fare la differenza
Una missionaria Figlia di Maria Ausiliatrice che opera in Madagascar, suor Celine Rahantasoa, descrive i cambiamenti di un mondo che è lontano anni luce dal nostro immaginario. “L’educazione in tutti i sensi porta i giovani a realizzarsi, dapprima a livello personale. Noi educatori li vediamo crescere e vediamo il loro cambiamento”. Aggiunge: “Qui anche le ragazze che provengono da un ceto basso sono cambiate, hanno più audacia adesso, e sanno affrontare le difficoltà della vita familiare, sociale e soprattutto professionale. Le vediamo crescere nella vita umana, relazionale, civile, emotiva e hanno una personalità determinata soprattutto davanti alle scelte fondamentali per il loro futuro”. Suor Celine osserva: “Crescono a livello professionale, vanno a fare tirocini e la maggiore parte lavora sia nelle imprese private che in proprio”.