Idee
Cosa può attraversare la mente di un tredicenne per spingerlo ad accoltellare una sua insegnante?
Si possono fare mille ipotesi dopo quanto è successo a Trescore, nella Bergamasca, in una scuola media come tante. Si può puntare il dito sulla solitudine degli adolescenti, sulla loro dipendenza dai social e dall’onnipresenza degli smartphone, si può ipotizzare l’incapacità di distinguere il reale dal virtuale, riflettere sulla fragilità di ragazze e ragazzi che attraversano un delicato momento della loro formazione e finiscono spesso per diventare “follower” di altri. Anche i genitori del ragazzino protagonista del tragico fatto di cronaca hanno pensato alla possibilità che sia stato lui stesso anzitutto vittima. Il legale della famiglia ha scritto in una nota – dopo aver precisato la vicinanza alla professoressa colpita e la piena collaborazione dei genitori alle indagini – che alcune circostanze rafforzano “il timore che possa essere stato fortemente influenzato da terzi. In tale prospettiva, la famiglia auspica che le indagini possano approfondire con la massima attenzione l’eventuale ruolo di soggetti conosciuti dal minore attraverso i social network, che potrebbero aver esercitato un’influenza negativa e verosimilmente determinante su un ragazzo di soli tredici anni, in una condizione di particolare fragilità, inducendolo a compiere un gesto di tale gravità”.
In effetti questo è un tema importante e tra l’altro sotto i riflettori da tempo: i “pericoli” dei social e della fruibilità incontrollata dei contenuti a portata di mano soprattutto attraverso gli smartphone in giovanissima età sono studiati e noti, anche se non è chiaro come far fronte a dinamiche del genere. Ora si vietano gli smartphone in classe, ma in generale il mondo degli adulti continua a dare messaggi controversi. E il mondo della scuola resta su un crinale difficilissimo, con problematiche che sarebbe troppo lungo elencare e affrontare qui.
Tornando al fatto di cronaca vale la pena di considerare alcune parole della stessa insegnante ferita, in un testo fatto trapelare dall’ospedale. Il suo invito è a non lasciarsi “vincere dal buio”. Rivolgendosi direttamente ai suoi “amati alunni”, chiede di non fermarsi, non arrendersi: “studiate e preparatevi per il vostro futuro senza nessuna paura, ma solo e unicamente con coraggio”. E aggiunge: “Questa ferita non deve diventare un muro, ma un ponte: verso una scuola più attenta, verso una comunità più unita, verso un modo nuovo di stare accanto ai ragazzi, soprattutto quelli che fanno più fatica, come magari quello che mi ha colpito che forse nel profondo non saprà neanche perché. Come non lo sapranno i suoi genitori”.
Forse il perché di una tragedia sfugge alle spiegazioni e anche ai pensieri di chi ne è stato protagonista. E’ il buio, che sconcerta e che tuttavia va affrontato. E qui è ancora la prof che prova ad accendere la luce: “Tornerò in classe, tra i banchi, dove ho sempre sentito di appartenere. Tornerò a insegnare, a credere nei giovani, ad accompagnarli nei loro passi difficili. Perché nonostante tutto, insegnare resta il mio sogno, la mia vocazione, la mia gioia più grande”.
Accompagnare, stare vicino. E’ davvero il compito degli educatori. Viene in mente un testo dell’ultimo Gaber, perché la poesia è sempre efficace: “Non insegnate ai bambini, ma coltivate voi stessi il cuore e la mente. Stategli sempre vicini, date fiducia all’amore il resto è niente”.