Idee | Pensiero Libero
Potremmo star qui a far finta di capire davvero di calcio e, come gli altri 58 milioni di commissari tecnici italiani, cominciare ad analizzare le scelte tattiche di Roberto Mancini e le doti atletiche di molti dei giovani che ha schierato. Capendo in verità poco dello sport nazionale, ci sembra più costruttivo provare a leggere quel qualcosa di profondamente simbolico, e squisitamente educativo, nel modo in cui la Nazionale italiana di calcio sta rialzando la testa dopo il filotto di quattro partite di Nations League, che la vede ora seconda nel girone dietro solo alla corazzata francese contro cui ha fatto peraltro una discreta figura.
Dopo la notte fonda della terza mancata qualificazione ai Mondiali, l’orizzonte azzurro torna a farsi limpido, forte di un gioco che finalmente torna a vincere e, soprattutto, a convincere. Rispetto ai mesi scorsi, quando l’undici azzurro appariva appesantito dai fantasmi del passato, impaurito e schiacciato dalle responsabilità,
il cambiamento radicale sta nella mentalità. Si è passati dalla logica della conservazione del “blasone” all’audacia dell’investimento sul potenziale. Roberto Mancini sta simpatico a pochi – specie dopo la fuga in Arabia al seguito dei petroldollari – ma gli va dato atto di essere entrato nella mente dei giocatori molto più di quanto fatto dai suoi predecessori. Altrimenti come ci si spiega il 4-1 secco alla Turchia dopo il desolante (per l’atteggiamento in campo, più che altro) 2-0 beccato dal Belgio? Mancini ha squarciato quel velo di rassegnazione attraverso la scelta forte, quasi profetica, di puntare senza riserve sui giovani non per un semplice calcolo tattico, ma perché è andato a vederne di persona le caratteristiche in campo.
Lo ha fatto per Kayode, autentico mattatore della lunga pausa nazionale, che gioca in Inghilterra al Brentford, e lo ha fatto per Doumbia, centrocampista dello Sporting Lisbona, per dire.
Per rubare una metafora all’agricoltura potremmo dire che per raccogliere frutti domani bisogna avere il coraggio di arare il campo oggi, anziché continuare a fertilizzare vecchie piante che oramai non danno più frutto. Consegnare le chiavi delle nostre speranze a chi ha la freschezza e la libertà interiore per osare, senza il fardello dei fallimenti pregressi, non solo ha senso, anche al di fuori del calcio:
a volte è l’unica cosa che ha senso.
A dare sostanza a questo nuovo corso è lo straordinario cammino dell’Under 21 guidata da Silvio Baldini. La recente, travolgente vittoria per 6-2 contro la Polonia, che ha spalancato le porte agli Europei del 2027, non è solo un successo statistico. È la dimostrazione plastica di un metodo. Baldini, tecnico da sempre incline a guardare l’uomo prima dell’atleta, sta dimostrando che i giovani non sono vasi da riempire, ma fuochi da accendere. Quando un allenatore parla di «magia», di «ragazzi speciali» e di «famiglia», sta portando nel calcio di vertice un lessico che profuma di relazioni autentiche, di stima nell’altro, di pieno coinvolgimento e di fiducia nei collaboratori e nelle persone che lo circondano. Tutto questo ci ricorda che lo sport trae la sua forza dal basso, dal calore della base
e dal senso di appartenenza.
Quale messaggio ci trasmettono questi venti giorni di calcio in quanto cittadini, membri di comunità cristiane e civili, educatori, adulti chiamati ogni giorno a compiere scelte per noi e per chi ci è affidato? Ci ricorda che le crisi – personali o collettive – non si superano arroccandosi nelle vecchie certezze o rimpiangendo i tempi andati.
Si superano generando futuro, liberando spazio per le nuove generazioni, offrendo loro fiducia prima ancora delle competenze, e accettando il rischio del loro “debutto”. La ripartenza del calcio italiano ci dice che quando un Paese decide di scommettere davvero sui propri figli, offrendo loro maestri capaci di ascolto e guide coraggiose, la comunità intera torna a camminare a testa alta. Non è solo un buon momento per lo sport; è un invito a ritrovare, tutti insieme, la strada della speranza e dell’audacia quotidiana.