Mosaico
Una cartografia che intreccia migrazioni bibliche e contemporanee. Un’altra che interroga il Mediterraneo attraversato da profonde disuguaglianze. E ancora: tra Gorizia e Nova Gorica un confine, che si fa lingua e memoria, rivela identità sospese tra storia e appartenenza.
Questi alcuni dei lavori realizzati da studentesse e studenti dei corsi dell’università di Mobility studies e Geografia al centro di “Alter–Atlas of borders. Mappe sensibili di mondi che cambiano”, mostra aperta al museo di Geografia, in via del Santo 26, fino al 5 maggio. L’esposizione, curata da Laura Lo Presti, è dedicata ai temi del confine, della migrazione, del movimento e dello spaesamento, visti attraverso le cartografie critiche e umanistiche. Il percorso presenta piccole installazioni, video-performance e stampe, accompagnate da brevi testi esplicativi in italiano e in inglese.
La mostra nasce in aula, ma supera subito i confini dell’università, ponendosi come un dispositivo critico capace di riscrivere il nostro modo di guardare il mondo: non più linee stabili su una carta, ma esperienze vissute, attraversamenti, tensioni.
«I confini sono spesso rappresentati come tracciati che separano territori, stati e giurisdizioni. Tuttavia, nella realtà vissuta, sono molto più che semplici delimitazioni spaziali – spiega Lo Presti – essi attraversano corpi, memorie, paesaggi, producono esclusioni e appartenenze. Questo progetto nasce da una domanda semplice: cosa succede quando smettiamo di pensarli come limiti e iniziamo a considerarli come relazioni vive? È lì che cambia anche il nostro sguardo».
Come scrive Demetra Picco, autrice dell’opera I confini delle mie parole dedicata a Gorizia: «È difficile spiegare a chi il confine non lo vive (o non sa di viverlo) quali siano i suoi volti, le sue carezze, i graffi scalfiti sugli sguardi di chi è il saltimbanco della sua stessa vita, appeso a quel filo sottile che divide in due ciò che molto spesso dovrebbe restare uno».
La mostra si inserisce nel campo delle cartographic humanities che intrecciano geografia, arti visive e narrazione. Il percorso espositivo si articola in sezioni che smontano e ricompongono il concetto di confine. In “Disfare i confini”, il Mediterraneo emerge come spazio saturo di narrazioni e barriere. “Madrepatrie” propone una lettura femminista dell’appartenenza. “Viaggi (im)possibili” mette a nudo una verità: la mobilità è un privilegio diseguale.
«L’idea di “alter-atlas” tiene insieme due tensioni – prosegue la curatrice – da un lato l’eredità degli atlanti, che hanno organizzato il mondo; dall’altro la necessità di deviare, trasformare, aprire. È un atlante che non pretende di essere universale, ma che raccoglie sguardi contestualizzati, esperienze personali, pratiche ibride. Non nasce da attivisti o artisti affermati, ma da un laboratorio pedagogico in cui gli studenti mettono in crisi la cartografia stessa».
Nelle sezioni successive, “Sulla pelle dei confini” il corpo diventa mappa, mentre in “Sconfinamenti testuali” il linguaggio si espande tra testi, giochi e video: «Qui la mappa smette di essere solo tecnica: diventa racconto. Può essere una poesia, un gioco, una canzone. È un modo per dire che i confini non si leggono soltanto: si vivono e si possono immaginare diversamente».
La mostra si chiude con “Confini quotidiani”, dove emergono le fratture invisibili dello spazio urbano. «Anche nella città esistono confini profondi che separano senza dichiararsi. La cartografia diventa uno strumento per renderli visibili». “Alter-Atlas of borders” è un atlante che non orienta ma disorienta: un invito a interrogare i confini e, forse, a riscriverli.
La mostra è aperta tutti i martedì, dalle 15 alle 18 e tutte le domeniche dalle 14.30 alle 18.30.