Idee
Non c’è metodo peggiore, per educare un ragazzo, che raccontargli di quando eravamo giovani noi. Daniel Pennac lo spiega nel suo classico Diario di scuola (2007), ripercorrendo la sua storia di somaro: tutti gli ripetevano che studiare era importante per il futuro, ma a lui del futuro non importava niente. Stava vivendo il presente, ed era lì che bisognava andarlo a cercare; una insegnante l’ha fatto e ha trovato il grande scrittore che c’era in lui. Eppure continuiamo a portare la nostra esperienza come termine di paragone. Davanti all’emergenza educativa, di cui tanto si parla oggi, si finisce sempre lì: quando ero giovane io, i miei genitori mi educavano con le buone o con le cattive, e non mi pare di essere venuto su tanto male. Ma ai nostri ragazzi “difficili” non serve a nulla sapere come siamo stati educati noi. Il confronto non apre il dialogo, lo chiude: li fa sentire sbagliati, perché non sono come eravamo noi. Serve invece qualcuno che si accorga di come stanno loro, adesso.
Per non parlare di quando stiamo male. Appena confidiamo un dolore, il saggio di turno ci racconta subito il suo dolore: e così, oltre a soffrire, ci tocca pure ascoltarlo. Ma che cosa me ne faccio del tuo mal di denti di qualche anno fa, mentre il mio adesso è insopportabile? Dammi piuttosto il numero di un buon dentista. L’esperienza, quando serve davvero, non diventa un racconto: diventa un numero di telefono. E non parliamo della Chiesa e di noi preti. Confidi la tua fatica a chi dovrebbe aiutarti e ti senti raccontare come lui ha vissuto o superato una crisi nel suo essere prete. Bravo, verrebbe da dire. Ma il disagio resta, perché io non sono te e la mia parrocchia non è la tua. E se anni fa sei stato parroco, che cosa può dirmi la tua esperienza, in una società che cambia così in fretta?
Chi soffre coniuga i verbi al presente; noi rispondiamo all’imperfetto: quando ero giovane io, quando ero parroco io. Possibile che non ci rendiamo conto di quello che Tolstoj scrive in apertura di Anna Karenina (1878)? «Tutte le famiglie felici si somigliano; ogni famiglia infelice è infelice a modo suo». La felicità si può raccontare anche con le storie degli altri; il dolore no. La nostra storia, messa al centro, finisce per coprire quella dell’altro invece di illuminarla.
Non si tratta di buttare via l’esperienza, ma di rimetterla al servizio, non al centro. Nel Vangelo, al cieco Bartimeo che lo supplica, Gesù non racconta nulla di sé: gli chiede «Che cosa vuoi che io faccia per te?» (Mc 10,51). Eppure il suo bisogno sembrava evidente. Forse educare, consolare e accompagnare cominciano proprio da qui: tacere un po’ di noi, perché l’altro possa dire il suo dolore con le sue parole, nel suo presente.