Idee | Lettera.D
Anna, una ragazza veneta dei Giovani per la pace della Comunità di Sant’Egidio ha detto, qualche giorno fa, ad Assisi: «Siamo arrabbiati con la politica perché la politica ci interessa». E ha aggiunto – come tanti – che la rabbia non deve mai diventare violenza. Rabbia come nemica dell’indifferenza, mai amica della prepotenza. Pochi anni fa qualcuno li aveva chiamati “gli sdraiati”: giovani fiacchi e intorpiditi, più idonei a subire che a prendere in mano il futuro. Sta cambiando qualcosa? Che i ragazzi dell’età del liceo facciano parlare di sé, è una notizia. Perché, con il gelo dell’inverno demografico, sono pochi e meno ancora votano. Sono loro che si disinteressano di politica o il contrario, visto che i partiti cercano voti nell’enorme bacino di adulti o anziani? Quelli che hanno i soldi, per essere chiari.
Bisogna sgombrare il campo: gli atti di violenza non vanno analizzati, vanno puniti. Con le leggi. Con le misure previste, o con migliori se ce ne saranno. Nella maggior parte dei giovani intervistati, in pubblico ma anche in privato, emerge un fastidio chiaro: non vogliono che facciamo coincidere il tema delle proteste col tema della violenza e della sua legittima repressione. I violenti, spiegano stupiti come fosse ovvietà, vanno bloccati. È una generazione che aspira alla pace e all’integrazione, a una vita pacifica e normale, aborrisce la crescita casuale di città-ghetti di diverse etnie, dove ognuno rimarrebbe solo, sradicato dal proprio Paese, ma mai veramente accolto e integrato dal nostro. Non sono contro gli stranieri in sé, sono contro il rimanere estranei, contro l’isolamento dove crescono paure e rabbie. Diceva Matteo, 17 anni: «L’Italia ha il meglio del mondo in pochi chilometri: arte, democrazia, bellezza, libertà e benessere. Penso vengano per questo, mi pare normale. Se però poi non hai accesso a nulla di questo, o lo rifiuti, non puoi certo star bene, anche se hai fatto un lungo viaggio».
Relegare il tema al penale sarebbe miope. Che disagio esprimono, gli studenti che si radunano? Colpisce, intanto, l’assenza di una leadership chiara e di un discorso strutturato a sostenere la scena. Manca, ancora, una riflessione che inquadri le prospettive, indichi qualche parola imprescindibile e che dica: noi pensiamo, crediamo, siamo. Ma non è una notizia, è una conferma. Papa Francesco parlava della necessità di primerear, prendere l’iniziativa. Finora, se n’era vista poca, di iniziativa. E molti ragazzi fanno fatica ad appassionarsi ai temi politici, in difficoltà davanti al fact checking, a ragionare a partire dai dati, capire dove andare a informarsi senza inganni e ideologie in agguato. Sono sparite le ideologie, ma latitano anche le idee.
Per la Chiesa, una meravigliosa opportunità, noi che siamo figli della Parola, lampada ai nostri passi. I più giovani – si sa – sono figli del tweet, figli culturali dello scroll dell’immagine, di ciò che appare e svanisce, della superficie. Non sono figli della durata lunga, della visione lontana. È una generazione che non alza tanto la mano per dire «voglio venire io a fare volontariato», «voglio venire a vedere e sentire io coi miei occhi la messa». Però sembrano quasi soddisfatti che qualcuno li “obblighi” a cose buone, degne e alte. Se la scuola mi ci porta, a visitare anziani soli, allora non solo ci vengo ma dimostro che non sono così superficiale come voi credevate. Se venite a scuola, a parlare del Vangelo, allora vi accorgerete come sappiamo interloquire, commentare, fare riferimenti alla vita. Però dovete venire da noi. Non hanno, forse, un po’ ragione loro? Ci lamentiamo che non rimangano nelle chiese, dopo la cresima. D’altra parte, se dopo la cresima non parliamo di vita e di futuro, di relazioni e del mondo, andranno in piazza.
Se il disagio è difficilmente esprimibile, è perché le cause sono confuse e incerte, avvertite come si intravede un pericolo nella nebbia. Ma non c’è dubbio che comincino ad avvistare un rischio grave: nessuna certezza del domani. L’Italia non è affatto un Paese povero. Anzi, il benessere è piuttosto diffuso. Ma non abbonda di speranza, di ascensori sociali. La chiamano stagnazione, si traduce: un Paese bloccato e poco produttivo, fermo, dove la stessa torta, anno dopo anno, deve essere divisa per un numero sempre crescente di anziani e sempre più ristretto di giovani. L’Italia del (non) futuro. Se non ci decidiamo a rivalutare, invece della guerra, tavoli diplomatici di confronto e trattative – al posto della spesa per le armi che fomenta i conflitti – i prezzi continueranno a crescere. Soprattutto per loro. Le guerre costano, anche a chi non le fa.
C’è infine un aspetto grave, della fatica del futuro: le relazioni umane. Anche nell’amore e nell’amicizia, sarebbe meglio prendessero l’iniziativa loro, che cercassero nella Parola di Dio modelli e esempi. Il mondo adulto, con i nostri legami fragili e tardivi, non sempre si presenta come modello esaltante. L’Italia è un Paese abbastanza ricco, nel mondo. E bellissimo. Ma la ricchezza ci ha come svuotato di senso. E il vuoto, si sa, è più pesante di ogni pietra. Più pericoloso, per l’umano, di ogni altra tentazione. Ha solo un pregio, d’altra parte. Si può riempire, a patto di avere qualcosa, qualcuno, con cui sostituirlo. Tocca a chi va a scuola e in piazza, ricominciare dal Vangelo per ricostruire un’Italia cristiana, con la speranza di un futuro da prendere in mano fin dal presente.