Il mistero di Gesù: è la luce che illumina e la vita
Ultime domeniche di Quaresima Due episodi, che troviamo nel Vangelo di Giovanni, ci aiutano a riflettere: il cieco nato, che racconta il dramma della luce e l’esito che essa incontra tra gli uomini, e la risurrezione di Lazzaro
L’evangelista Giovanni in queste ultime domeniche di Quaresima ci aiuta a riflettere sul mistero di Gesù mediante alcune immagini significative: egli è la luce che illumina (cieco nato) e la Vita (Lazzaro). L’episodio del cieco nato (Gv 9,1-41) racconta il dramma della luce e l’esito che essa incontra tra gli uomini. Il racconto si svolge seguendo uno schema di contrasto: da una parte il cieco che viene progressivamente alla luce, dall’altra i farisei che restano nelle tenebre. Mentre il cieco si avvicina a Gesù e scopre in lui il Signore, coloro che credono di vedere si chiudono sempre più in se stessi. Questa pagina ci offre un insegnamento chiaro e completo sulla fede, che significa riconoscere in Gesù il figlio di Dio, aderire alla sua persona. La fede cambia in noi quel che cambia nella vita di un cieco il poter vedere. La strada, le cose e le persone attorno a lui restano le stesse, ma egli le vede e soprattutto vede dove va. La fede ci dona un altro sguardo, mediante il quale comprendiamo chi siamo, da dove veniamo e dove andiamo. Abbiamo bisogno che Gesù apra i nostri occhi, cosa possibile solo se ci poniamo in atteggiamento di ascolto della sua Parola. La risurrezione di Lazzaro – l’ultimo e il più grande dei sette segni che scandiscono il vangelo di Giovanni – costituisce un vigoroso invito a passare dall’incredulità alla fede (Gv 11,1-45). Il punto centrale di questa pagina sta nella domanda che Gesù pone a Marta e che l’evangelista fa risuonare in noi nell’imminenza della Pasqua: credi tu? Come a dire: Marta, se tu credi, la frontiera della morte è abbattuta. Importanti sono i tre ordini che impartisce: «Togliete la pietra!»; «Lazzaro, vieni fuori!»; «Scioglietelo e lasciatelo andare!». Si riferiscono alla condizione di morte di Lazzaro, ma assumono per noi un valore simbolico. «Togliere, uscire fuori e sciogliere» sono verbi che esprimono un movimento attivo, un lavoro da operare nella vita. «Togliere» i dubbi, le incertezze, le resistenze che poniamo alle possibilità di Dio. «Uscire fuori» dalla passività, dall’egoismo, da un cristianesimo all’acqua di rose. «Sciogliere» le catene che ci impediscono di vivere la vita di risorti.