Idee
Ci sono sette nomi – sette uomini – che catturano in questi giorni la nostra attenzione. Christian de Chergé, Bruno Lemarchand, Célestin Ringeard, Christophe Lebreton, Luc Dochier, Michel Fleury e Paul Favre-Miville. Sette nomi, sette uomini. Molti di noi non li ricordano, oppure non li hanno letti o sentiti elencati tutti assieme, uno dietro l’altro, ma certamente li abbiamo conosciuto come i martiri di Tibhirine, rapiti e uccisi esattamente trent’anni fa, omaggiati da papa Leone nel viaggio che sta compiendo in questi giorni in Africa, a partire dalla loro Algeria e poi in Camerun, Angola e Guinea Equatoriale. Sì, la “loro” Algeria, quella che cinque anni prima del loro rapimento e del loro assassinio, era sprofondata in una sanguinosa guerra civile in seguito all’annullamento delle elezioni del 1991 e del colpo di Stato. Il Paese precipitò nel caos, gruppi armati come il Gruppo islamico armato diffusero il panico, colpendo civili e stranieri. Ma questi monaci trappisti del monastero di Notre-Dame de l’Altlas, come altri religiosi cattolici, avevano deciso di rimanere, di non abbandonare la popolazione che con condividevano la loro quotidianità, rispettandone la fede musulmana, dialogando a partire dalle piccole cose di ogni giorno, come la coltivazione dei campi, ma anche le difficoltà e la paura che la guerra aveva disseminato in tutta l’Algeria: la ricerca dell’unico Dio e la compassione costituivano il terreno comune per dare vita a quella fraternità a cui aspiravano. Vennero rapiti in quel luogo di preghiera divenuto simbolo di accoglienza e di apertura nella notte tra il 26 e il 27 marzo 1996 e solo due mesi dopo venne diffusa la notizia del loro assassinio. La guerra finì dopo altri sei lunghi anni, nel 2002, mentre la Chiesa ne riconobbe le virtù eroiche fino alla beatificazione avvenuta a Orano, nel 2018. In tutto i martiri d’Algeria sono diciannove, tutti religiosi e religiose uccisi in quello stesso periodo. C’è qualcosa di sensazionale nella testimonianza di questi uomini e donne, che non ha nulla a che fare con l’onore degli altari (che pure li ha fatti conoscere al mondo, rendendoli fonte di ispirazione e di riflessione per migliaia di persone). Non sono morti per un ideale, ma per rimanere fedeli a una Relazione: quella con Dio che ha nutrito e ispirato le relazioni con gli altri uomini e donne.
In queste settimane sospese in cui le guerre si moltiplicano e i negoziati per un cessate il fuoco saltano, in queste ore in cui siamo ancora sbigottiti per le parole che il presidente degli Usa Trump ha usato contro papa Leone XIV, possiamo individuare nello stile di questi religiosi e religiose una direzione luminosa che indica senza dubbio la pace e la fraternità universale.
Nel loro modo di vivere si colgono tre scelte di fondo. Anzitutto privilegiare i piccoli gesti, la vita concreta e reale di ogni giorno, con la consapevolezza che le grandi opere si costruiscono passo dopo passo. In secondo luogo, il rispetto e l’accoglienza della storia altrui, delle fede e della cultura dei vicini, nella consapevolezza che non si possono scegliere i vicini (nemmeno i parenti o i fratelli), ma si può decidere che rimanere in armonia vale più di mote questioni di principio. Infine, la scelta di rimanere nonostante la guerra, nonostante tutto: molti gesti e affermazioni mirabili vengono soffiati via dal vento del tempo, è la costanza a dimostrarne l’autenticità e la convinzione di chi li compie.
Tutto questo era valido nella Tibhirine di trent’anni fa, ma è valido anche nei quartieri delle nostre città e nelle borgate o nelle contrade dei nostri paesi nel 2026. Scelte che riecheggiano anche nello stile in cui papa Prevost ha risposto all’attacco senza precedenti di Trump: fermo, tutt’altro che impaurito, consapevole della diversità dei piani e dei ruoli. L’esatto contrario della logica divisiva (noi e loro), accusatoria e offensiva che pratica il presidente degli Stati Uniti, la cui tracotanza inizia a sbigottire anche chi un anno fa aveva deciso di dargli credito.