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Alessandro Varner fa l’informatore scientifico e l’odore del disinfettante che caratterizza le corsie ospedaliere lo conosce bene, perché fa parte del suo lavoro. Un giorno, davanti all’ospedale di Bolzano, incontra i responsabili de “Il sorriso – Das Laecheln”, che stavano promuovendo le attività dell’associazione fondata nel 2004 e che prende il nome dal sorriso dei bambini con sindrome di Down. E proprio da questo sorriso che un gruppo di genitori altoatesini avevano unito le forze per affrontare insieme le difficoltà legate alla sindrome e per migliorare il loro futuro. Con il sogno che il domani di questi loro figli sia un futuro di autonomia, capace di superare col “Sorriso” i confini di un laboratorio protetto. Parlando insieme, prende forma un progetto, con uno speciale “laboratorio protetto” di poco più di 7.100 metri quadrati, all’interno del quale imparare a fare squadra, vivendo pienamente il mondo che ci circonda, con le sue regole e con le sue possibilità. Nasce così la squadra degli “Yankees Virtus Bolzano”, formazione oggi legata alla Virtus Bolzano e originariamente al FC Bolzano, allenata da Varner e composta interamente da ragazzi “speciali” di lingua italiana e tedesca. Vi giocano giovani dai 10 ai 16 anni affetti dalla sindrome di Down, ma anche bambini con problemi motori, costretti in carrozzina o autistici.
Dall’autunno del 2014, quando è stato tirato il primo calcio al pallone, sono trascorsi dodici anni e nella squadra degli Yankees sono passati una trentina di ragazzi. Nella squadra ci sono anche alcuni fratelli dei ragazzi disabili e alcuni genitori supportano le attività dell’allenatore. Capitano degli Yankees è Christian Veronese, che è stato tra i primi ad essere coinvolto negli allenamenti. Ad affiancare mister Varner ci sono oggi anche Luca Sgarbi e Carlo Mazzon.
In campo, rincorrendo il pallone, i ragazzi hanno imparato a trovare un loro spazio, a vivere l’autonomia, sentendosi protagonisti sia nello sport che nella vita sociale. C’è un ragazzo con autismo che all’inizio se non fosse stata presente la mamma, sarebbe scappato dal campo. Ora agli allenamenti ci va da solo, in autobus. Molti hanno preso coraggio e al campo arrivano in sella alla loro bicicletta e tornano a casa autonomamente.
In provincia di Bolzano esistono diverse realtà di questo tipo – a Bressanone, Brunico, Merano e in val Venosta – ma sono gruppi composti da ragazzi più grandi di quelli che militano tra le fila degli Yankees.
La squadra è impegnata in un paio di tornei all’anno, ma in un contesto senza la tradizionale competitività che impregna l’erba del campo da calcio. “L’obiettivo principale – spiega mister Varner sul web – è la crescita e questo avviene attraverso il divertimento, il fare gruppo e ovviamente la pratica sportiva. In questi anni abbiamo potuto vedere che tutti i ragazzi hanno conquistato piccoli pezzettini di autonomia”. Hanno imparato a fare squadra, a stare in barriera per abbattere le barriere.
Anche il clima che si è creato, negli anni, con i genitori dei giovani giocatori, è davvero speciale, contrassegnato da un clima di fiducia e complicità. Come racconta un post sulla pagina Fb degli Yankees, ci si sfida poi sul campo: genitori e allenatori vs. ragazzi. Una partita all’insegna del divertimento, che vive il suo terzo tempo in pizzeria, in spirito di convivialità. Non mancano, poi, le occasioni di allenarsi con gli esordienti della Virtus Bolzano. Squadre miste in cui gli uni imparano dagli altri, scambievolmente. E tutti escono dal campo con un risultato che va ben oltre al calcolo matematico delle reti fatte o subite. .
Un progetto, quello degli Yankees, che ha ottenuto in questi giorni una segnalazione al “Premio cittadino della gentilezza” promosso dal Comune di Bolzano.
Quella degli Yankees non è l’unica esperienza di calcio inclusivo in Italia. Ci sono ad esempio “Atalanta for Special”, progetto educativo e sociale con sede al Centro sportivo Saletti di Nembro (Bergamo), “Juventus One” e “FC Internazionale Team Special”, “Alcione for Special”, squadra milanese nata in collaborazione con la onlus Fraternità e amicizia, e “Real Eyes Sport”, associazione che promuove il calcio a 5 per persone ipovedenti. E c’è il “BFC Senza barriere”, la squadra di calcio inclusivo del Bologna, un progetto nato nel 2016, che ha come obiettivo quello di unire, includere e abbattere le barriere e che sul suo account Ig scrive “Il calcio è di tutti, senza barriere e senza confini! Nel nostro campo di Castel San Pietro Terme abbiamo ospitato i Pulcini Under 10 della società amica A.C. Osteria Grande. Questo allenamento congiunto è solo l’inizio di una bellissima collaborazione per tutta la stagione sportiva 2026-2027. Sorrisi, entusiasmo, integrazione e tanta voglia di stare insieme: quando lo sport unisce, non esistono differenze, ma solo la gioia di condividere la stessa passione sul rettangolo verde”.
Progetti di inclusione che nascono per favorire autonomia e inclusione, che rifuggono due estremi, quello del pietismo e dell’eroismo, come sottolineano, sul loro account Ig le “Insuperabili”, scuole di calcio diffuse in Italia dedicate a persone con disabilità cognitiva, motoria, sensoriale e comportamentale.
“Non siamo eroi. E non vogliamo essere compatiti – scrivono –. Sembra una cosa semplice, eppure ancora oggi la disabilità viene troppo spesso raccontata attraverso due estremi: il pietismo e l’eroismo. Da una parte c’è chi si commuove per un gesto quotidiano, dall’altra chi trasforma ogni traguardo in un’impresa straordinaria. In mezzo però ci sono le persone. Con le loro identità, le loro ambizioni, i loro limiti, i loro talenti e la voglia di mettersi in gioco. I nostri atleti non scendono in campo per insegnare lezioni di vita a qualcuno. Scendono in campo, perché amano il calcio. Per allenarsi, competere, vincere, perdere, migliorare. Esattamente come ogni altro atleta”.
Il progetto “Insuperabili” nasce il 6 ottobre 2012, quando quattro ragazzi con disabilità svolgono a Torino il loro primo allenamento alla Scuola calcio Total Sport. Al termine della stagione i 4 ragazzi sono diventati 25 calciatori che con il loro esempio, forza e determinazione ispirano il nome della società, “Insuperabili”, che oggi è presente in diciotto sedi, da Bergamo, Genova, Cuneo, Milano, Udine e Chioggia, a Caserta, Catanzaro, Siracusa, Modica e Parabita, passando per Roma e Firenze.
“Stiamo lavorando per abbattere muri che però non si sgretolano in giorni, ma in mesi e anni di progettualità e inclusione. Insuperabili da questo. Parla di temi spesso poco affrontati, di inclusione reale, di come il calcio sia calcio. Sempre e comunque”.
“Non chiediamo applausi per il semplice fatto di esserci. Chiediamo opportunità, rispetto e la possibilità di essere raccontati per quello che siamo”, raccontano su Ig, lanciando il progetto di un podcast, per far conoscere il progetto e abbattere le barriere di un linguaggio alimentato dai pregiudizi. “Perché anche le parole possono costruire barriere – aggiungono –. Oppure contribuire ad abbatterle. Cambiamo il modo di raccontare la disabilità. Cominciamo dalle parole”.