Fatti
“Classi ghetto”. E’ quasi una parola d’ordine che ha accompagnato l’approvazione da parte del Consiglio dei ministri di un decreto-legge che reca misure urgenti per il regolare avvio dell’anno scolastico 2026/2027. Il provvedimento in realtà affronta diverse problematiche: proposto dalla Presidente Meloni e dai ministri Valditara e Bernini, riguarda certo l’integrazione degli studenti stranieri, ma anche il completamento degli interventi Pnrr di competenza del Ministero dell’istruzione e del merito, la formazione superiore e la ricerca. Come ogni decreto-legge, dopo la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale dovrà essere convertito in legge dal Parlamento entro sessanta giorni, ai sensi dell’art. 77 della Costituzione.
Il tema delle “classi ghetto” è però quello più spendibile sul piano della comunicazione di massa e al di là delle problematiche reali della scuola, solletica sentimenti e atteggiamenti che alla fine allontanano dal vero problema, cioè quello dell’integrazione e delle pari opportunità di apprendimento nelle nostre aule scolastiche. Evocare le “classi ghetto” fa immaginare scuole “assediate” dalla presenza di stranieri, con difficoltà di relazioni e di inserimento linguistico, con conseguenti ricadute pesanti sulla didattica.
La realtà delle nostre scuola invece è diversa e le statistiche riferiscono che solo una piccola percentuale di istituti, in particolare al Nord (al Sud il fenomeno è pressoché nullo) ha presenze molto numerose di immigrati: si tratta di meno del 10% sul totale nazionale. Questo non significa che il problema non esista, ma certo aiuta a definirne i confini.
Il problema centrale, poi, non è da focalizzare sul termine “stranieri”, quanto piuttosto sul tema “lingua”. Diventa infatti un gap quando in una classe si registrano problemi di linguaggio e di disparità nei confronti della comprensione e dell’uso dell’italiano. E infatti il decreto si concentra sui test linguistici e possibili interventi di potenziamento per la padronanza della lingua. Questione che riguarda, tra l’altro, anche gli adulti.
Collocato in questo contesto – di integrazione e non di timore dello straniero, come il termine “classi ghetto” invita talvolta a pensare (e vale ricordare i diversi allarmi mediatici sulla “islamizzazione” delle scuole di cui si è già parlato) – il nuovo decreto ha un orizzonte costruttivo e va correttamente accolto con l’intenzione di migliorare la scuola di tutti, inclusiva, come da dettato costituzionale.
C’è poi, sempre nello stesso decreto, il tema del “burka”. Più correttamente andrebbe detto della riconoscibilità all’interno della scuola e degli spazi pubblici. Di nuovo la comunicazione è fuorviante. Sventolare un muscolare “divieto del burka” autorizza a pensare che chissà quante persone arrivano nelle aule italiane bardate da capo a piedi e irriconoscibili. Dimenticando tra l’altro che esistono già norme in vigore e che lo stesso tema è in discussione da anni in Europa e che la questione riconoscibilità si applica anche a passamontagna, caschi e quant’altro. Non riguarda un ambito religioso – burka e islamizzazione vanno ancora di pari passo nel dibattito pubblico – ma strettamente una regolamentazione della vita civile, che coinvolge tutti e ciascuno, indipendentemente dal credo che professa.
Insomma, si più chiudere qui con una considerazione: la scuola, volente o nolente resta un territorio sul quale si agitano questioni ideologiche e comunicazioni che sembrano più di carattere elettorale che pedagogico. Forse serve fare più attenzione.