Chiesa
“La potenza della Chiesa cattolica è questa: la comunione ecclesiale con tutte le Chiese cattoliche del mondo”. Mons. Aldo Berardi, vicario apostolico dell’Arabia del Nord, parla da un Golfo segnato dagli attacchi iraniani alle basi americane e da un’escalation che ha investito l’intera regione. Il Vicariato comprende quattro Paesi – Bahrein, Kuwait, Qatar e Arabia Saudita – tutti toccati in queste ore dalla tensione e dalle misure di emergenza adottate dalle autorità locali. Mons. Berardi chiede il cessate il fuoco e si affida alla preghiera della Chiesa universale.
Eccellenza, come stanno vivendo questi giorni le comunità cattoliche nel Golfo?
C’è molta confusione. All’inizio l’attacco è stato improvviso. Ci aspettavamo qualcosa, ma non sapevamo come si sarebbe sviluppata la situazione. È successo tutto molto rapidamente e abbiamo dovuto chiudere le chiese, sospendere le attività e il catechismo, perché non era chiaro dove sarebbero caduti i missili. Poi abbiamo capito che gli obiettivi principali erano le basi americane. A quel punto abbiamo riaperto le chiese, ma solo per la preghiera personale, in attesa di informazioni più precise.
Ogni Paese del Vicariato ha reagito in modo diverso?
Sì. In Kuwait sono stati sospesi tutti gli eventi e i raduni pubblici, anche quelli dei musulmani, perché è Ramadan. Noi abbiamo riaperto la chiesa soltanto per la preghiera personale e continuiamo con le messe online.
Qui in Bahrein non è stata imposta la chiusura, ma abbiamo scelto di essere prudenti. Da oggi le messe riprendono, anche se stamattina alle 5.30 è passato un missile che ha fatto tremare i muri. Il catechismo resta online e le scuole sono chiuse. Non vogliamo correre rischi.
È preoccupato per quello che potrebbe succedere?
Quello che temiamo è l’escalation. Attaccare un Paese come l’Iran, che era già preparato e aveva dichiarato che avrebbe risposto, significa inevitabilmente colpire gli interessi americani nella regione: le basi militari, il petrolio, le banche. L’uccisione della guida suprema, in una mentalità occidentale, può essere vista come tagliare la testa al corpo. Ma in una mentalità orientale è ancora più grave: si tocca un simbolo religioso e politico, e qui religione e politica non sono mai separate. Questo alimenta tensione, ribellione e desiderio di vendetta. A questo si aggiunge la questione dello sciismo nella regione, che potrebbe riaccendersi in qualsiasi momento.
Il Vicariato apostolico dell’Arabia del Nord
Il Vicariato apostolico dell’Arabia del Nord comprende Bahrein, Kuwait, Qatar e Arabia Saudita. È una delle due circoscrizioni ecclesiastiche cattoliche presenti nella Penisola arabica. La comunità cattolica è composta in larga parte da lavoratori migranti provenienti dall’Asia, dall’Africa e dall’Europa. In questo contesto, le parrocchie rappresentano luoghi essenziali di preghiera, incontro e sostegno comunitario.
C’è il rischio che la tensione si allarghi?
È possibile, anche se per ora le popolazioni sciite si sono mantenute allineate con i governi. Il Bahrein, per esempio, non ha reagito agli attacchi. Anche l’Arabia Saudita si è limitata alla difesa aerea, intercettando missili e droni diretti verso il suo territorio.
Se i Paesi del Golfo iniziassero a rispondere militarmente contro l’Iran, il conflitto potrebbe estendersi rapidamente.
Lei ha lanciato un appello al cessate il fuoco, in linea con il Papa e con il card. Parolin.
La posizione del Papa, come quella di tutta la Chiesa, è chiara: dialogo, diplomazia e un accordo giusto. Non può esserci una parte che schiaccia l’altra. Il card. Parolin ha ricordato che le guerre preventive sono difficilmente giustificabili.
Noi siamo pienamente in sintonia con il Papa e chiediamo il cessate il fuoco, perché le persone possano riprendersi.
Non solo nel Golfo, ma anche in Iran, in Terra Santa, in Libano. C’è poi tanta gente bloccata negli aeroporti che cerca di tornare a casa. Un cessate il fuoco permetterebbe di organizzare voli e mettere in sicurezza chi ha paura.
Come si orienta la comunità tra le tante fake news e i video prodotti con l’intelligenza artificiale?
In momenti come questi bisogna essere molto prudenti. Cerchiamo sempre di aspettare conferme ufficiali prima di credere a ciò che circola. Avendo comunità cattoliche in tutto il Golfo, le informazioni arrivano rapidamente, ma durante una guerra c’è anche censura e molta disinformazione. Per questo dobbiamo essere attenti.
Le Conferenze episcopali di tutto il mondo si stanno mobilitando con preghiere e appelli. Sente questa vicinanza?
Sì, molto. La preghiera è la nostra arma più potente. Noi non siamo militari: siamo ospiti in questi Paesi. Per questo continuiamo con le messe, con la preghiera online, con gruppi che si ritrovano sui social quando non possono incontrarsi. Nelle parrocchie abbiamo anche l’adorazione perpetua. Ho ricevuto messaggi ufficiali e personali dalla Conferenza episcopale francese, da diverse Conferenze asiatiche e da molte altre realtà ecclesiali.
Sentiamo davvero la vicinanza della Chiesa universale.
Dai piccoli comuni d’Italia arrivano messaggi, dalle cattedrali, fino al Papa. In momenti come questi si percepisce concretamente la comunione dei santi. Non significa che non siamo preoccupati per la nostra gente e per i bambini, ma spiritualmente ci sentiamo forti.
Lei ha un legame speciale con l’Italia: la sua famiglia viene dalla provincia di Foggia.
Sì, dal comune di Bovino. Sapere che lì, nella parrocchia e nella cattedrale, pregano per noi è consolante. Anche le comunità religiose presenti qui – i Trinitari, i Cappuccini, i Salesiani, le suore – restano in contatto con le loro comunità di origine. E siamo uniti anche alla Chiesa del Libano, che sta vivendo momenti molto difficili. Dopo la visita del Papa si sperava in un po’ di stabilità. Sentiamo un legame forte con quella Chiesa che soffre. In questo senso sappiamo di non essere soli: siamo uniti e non siamo abbandonati. Ed è proprio questo che ci sostiene.