Idee
Sono passate tre settimane dal 28 dicembre, quando nel bazaar di Teheran hanno avuto inizio le proteste più importanti in Iran dalla Rivoluzione del 1979, a cui il regime ha risposto con una repressione brutale. Secondo le stime della Human rights activists news agency, oltre 3.700 morti tra i manifestanti sono stati confermati. La stessa Guida Suprema della Repubblica Islamica, l’ayatollah Ali Khamenei, ha dichiarato che le morti sono state “varie migliaia” nel corso delle ultime settimane.
Il numero preciso, seppur ancora sconosciuto, continua a crescere man mano che le informazioni trapelano dal Paese, sottoposto a un blocco di internet da parte delle autorità locali a partire dall’8 gennaio.
La stima più alta è quella di cui è venuto a conoscenza il Sunday Times, le cui fonti mediche riferiscono di oltre 16.500 persone uccise, la maggior parte delle quali tra l’8 e l’11 gennaio, quando il blackout delle telecomunicazioni nel Paese è stato totale. Secondo le stesse fonti, molte delle vittime avevano meno di trent’anni e sono state uccise da ferite d’arma da fuoco.
Insieme a Francesco Saverio Leopardi, professore di Storia internazionale del Medio Oriente dell’Università di Padova, cerchiamo di comprendere le radici di queste proteste e il difficile contesto socioeconomico in cui si inserisce questo massacro perpetrato dalla Repubblica Islamica contro i suoi stessi cittadini. «L’ondata di manifestazioni in corso è partita da aree commerciali: il regime ha perso efficacia sia nel legittimarsi che nell’imporre il proprio controllo a fronte di una crisi economica che è andata peggiorando. Questa crisi è legata in primis alle sanzioni da parte della comunità internazionale, in particolare degli Stati Uniti, a causa del noto programma nucleare iraniano. Ci sono però anche altri elementi interni di carattere socioeconomico, come il fatto che il Corpo dei guardiani della Rivoluzione, i Pasdaran, è diventato un’oligarchia che, sfruttando la propria posizione di potere nel regime, ha costruito un’economia parallela a proprio vantaggio, monopolizzando per esempio l’import-export e danneggiando settori, come quello dei commercianti, che tradizionalmente non si mobilitavano».
Emerge così, in queste proteste, un elemento nuovo secondo l’analisi del prof. Leopardi: «Rispetto alle manifestazioni avvenute precedentemente in Iran, in quella in corso sembra esserci una maggiore saldatura tra varie classi sociali, tra centri urbani principali e aree periferiche e rurali, per esempio nel nord-ovest del Paese dove vive la minoranza curda che aveva dato inizio al “Movimento donna vita libertà” nel 2022. Questo è l’aspetto percepito come più pericoloso dal regime: la saldatura intersezionale, interclasse, interetnica delle proteste».
Il docente prosegue poi: «Un punto di continuità, invece, è sempre la mancanza di una leadership coordinata nelle piazze. La situazione per il regime peggiora sempre di più, fa sempre più fatica a legittimarsi e a mantenere il controllo sulla popolazione, però allo stesso tempo non c’è una un’alternativa chiara agli Ayatollah che possa effettivamente raccogliere consenso comune tra chi protesta. Comunque il regime, a mio modo di vedere, vive un momento di debolezza che è stato reso evidente anche durante la Guerra dei 12 giorni di giugno 2025. Queste proteste non sono espressione di quella guerra, perché hanno a che fare con dinamiche interne, però quella guerra ha squarciato l’immagine del regime. L’esercito della Repubblica Islamica non è stato in grado di mantenere un minimo di difesa di fronte ai bombardamenti israeliani, anche a causa della corruzione».

Solidarietà e vicinanza a studentesse e studenti iraniani dell’Università di Padova da parte della rettrice Daniela Mapelli. «Stiamo seguendo con grande attenzione e partecipazione quanto sta accadendo in Iran. Voglio che sappiate che non siete soli. L’ateneo vi è vicino, con rispetto e partecipazione, in quanto voi siete parte integrante della nostra comunità accademica».