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Isolati e in crisi. Chiuso da dicembre il corridoio tra Nagorno-Karabakh e l’Armenia
Da dicembre è chiuso il corridoio tra Nagorno-Karabakh e l’Armenia: gli abitanti sono senza più rifornimenti
FattiDa dicembre è chiuso il corridoio tra Nagorno-Karabakh e l’Armenia: gli abitanti sono senza più rifornimenti
Dallo scorso 12 dicembre i manifestanti azeri stanno bloccando il corridoio di Lachin, una strada montuosa di 32 chilometri che collega l’Armenia con il Nagorno-Karabakh, una regione contesa tra l’Armenia e l’Azerbaigian, nel Caucaso meridionale. Secondo il Governo di Baku, sono ambientalisti che chiedono le autorizzazioni per ispezionare le numerose miniere armene, considerate illegali. Tuttavia il prolungato blocco del passaggio sta impedendo anche l’ingresso delle forniture di cibo e medicinali, causando una grave crisi umanitaria per gli oltre 120 mila residenti nella zona.
Dopo un mese e mezzo di isolamento, qual è la condizione dal punto di vista umanitario degli ar meni in Nagorno-Karabakh?«I secessionisti armeni dichiarano che erano circa 400 le tonnellate di merce che transitavano al giorno lungo questa strada, cordone ombelicale che permette al Nagorno-Karabakh di rifornirsi dall’Armenia – spiega Marilisa Lorusso, corrispondente dell’Osservatorio Balcani e Caucaso Transeuropa ed esperta in diritti umani – I residenti sono circa 120 mila ed è quindi un deficit di una grande quantità di merci, fra alimenti freschi, beni di prima necessità e farmaci. Una cinquantina di malati sono stati trasferiti dalla Croce Rossa dal Karabakh all’Armenia, perché la repubblica secessionista ha una capacità medica limitata. Si sta procedendo a riportare alcune persone in Karabakh, e altre in Armenia. Il blocco improvviso ha, infatti, diviso diverse famiglie che si sono trovate impossibilitate a ricongiungersi, questione particolarmente delicata in cui sono coinvolti dei minori».
Il blocco è attuato da civili azeri che si auto-definiscono “attivisti ecologisti”. È un caso che le preoccupazioni riguardo le estrazioni minerarie in Nagorno-Karabakh giochino così a favore degli interessi azeri dal punto di vista strategico? Si tratta di un ambientalismo di facciata?«Diverse pubblicazioni hanno tracciato i profili di alcuni degli ambientalisti rilevando la loro militanza in organizzazioni che fanno capo al Governo. Una recente sentenza della Corte europea dei Diritti dell’uomo riconosce all’Azerbaigianla capacità di gestione dell’autoproclamato movimento ambientalista e anche il Dipartimento di Stato Usasi è appellato al Governo azero per lo sblocco, riconoscendolo come l’agente dietro alla manifestazione. Appare quindi come un’operazione di hard power (potere coercitivo, ndr) non militare compiuta per esercitare pressione perché i residenti del Karabakh accettino la sovranità di Baku. L’Azerbaigian considera il contenzioso del Karabakh concluso vittoriosamente e pretende quindi di ripristinare il controllo su cosa transita nel corridoio di Lachin e sulle attività economiche, incluso l’impatto ambientale. Gli armeni chiedono un’ispezione internazionale, e assicurano il rispetto degli standard internazionali».
Altri attori importanti sono i peacekeeper russi, gli unici a rimanere sul corridoio di Lachin e a impedire il contatto diretto tra attivisti azeri e gli armeni. Che ruolo ci si può aspettare da loro?«Secondo la dichiarazione congiunta di Armenia, Azerbaigian e Russia che nel 2020 ha posto fine ai combattimenti, i peacekeeper russi hanno l’incarico di presidiare il corridoio di Lachin e garantirne il funzionamento. In Armenia c’è grande frustrazione perché le forze di pace non hanno assolto questa mansione. Baku da subito ha puntualizzato che la presenza dei peacekeeper è temporanea e ritiene che siano complici nel transito di materiale bellico dall’Armenia al Karabakh. Gli armeni del Karabakh hanno, invece, una posizione più favorevole sul loro operato: chiedono un aumento di numero e di capacità di intervento. Di fatto non è la prima volta che il ruolo del peacekeeper risulta inadeguato a evitare criticità. Lo stesso riposizionamento militare azero avvenuto in passato nella loro area di competenza ha dimostrato che hanno una limitata capacità o volontà contenitiva rispetto ai riassetti voluti da Baku. In più sedi si chiede la loro sostituzione con forza con un mandato più chiaro e un profilo internazionale».
L’enclave del Nagorno-Karabakh è un territorio separatista dell’Azerbaigian, sostenuto dall’Armenia in quanto abitato in gran parte da cittadini armeni e da cristiani. È conteso dal 1991 e nel 2020 c’è stata una guerra che ha causato la morte di circa 6.500 persone.
«Sono vicino a tutti coloro che, in pieno inverno, sono costretti a far fronte a queste disumane condizioni. È necessario compiere ogni sforzo a livello internazionale per trovare soluzioni pacifiche per il bene delle persone».
Francesca Campanini