Idee | Pensiero Libero
State pensando al Maggiolino, alla Golf o all’iconico furgoncino “Bulli”? Sappiate che presto il nostro immaginario collettivo a proposto di Volkswagen potrebbe cambiare. Sul gigante di Wolfsburg che dal “dieselgate” americano naviga in cattive acque, c’è una notizia ben più seria e allarmante, una di quelle che tra colleghi o interessati della materia si pronuncia a mezza voce, con un misto di incredulità e incertezza: Vw è in trattativa con un’azienda israeliana (la Rafael Advanced Defence System) per produrre componenti destinati alla difesa aerea, in particolare allo “scudo d’acciaio” che protegge lo stato ebraico dagli attacchi dei Paesi nemici della regione; lo stabilimento prescelto per la conversione – e quindi l’inizio della diversificazione produttiva per combattere la crisi dell’automotive – sarebbe quello di Osnabrück, in Bassa Sassonia.
Che dire, il trend è preoccupante e inarrestabile. Mappare l’evoluzione dell’economia bellica nel nostro Paese è un’operazione ostica, anche perché gli stessi componenti potrebbero servire a più scopi, tra cui la produzione di armi, ma un dato è chiaro: la spesa bellica sta esplodendo (scusate il gioco di parole) nel mondo e soprattutto in Italia.
I dati del Sipri (lo Stockholm International Peace Research Institute, www.sipri.org) pubblicati lunedì scorso lasciano sbalorditi: se a livello mondiale l’aumento della spesa per armi dal 2024 al 2025 registra un aumento del 2,9 per cento, toccando la cifra record di 2.887 miliardi di dollari, l’Italia ha aumentato i suoi investimenti (sempre che si possano definire tali) di ben il 20 per cento. Con l’Europa che guida la triste classifica dei continenti che corrono al riarmo con un più 14 per cento.
Il tema sicurezza è certamente tra i più presenti nel dibattito pubblico. E a ragione. Se ne parla – diversamente da altre “armi di distrazione di massa” come la riammissione dell’Italia ai Mondiali di calcio o la chiassosa vicenda Venezi-Fenice – perché rappresenta una necessità realmente percepita da famiglie e aziende. Il paradosso, tuttavia, come ha osservato il portavoce della Rete Pace e Disarmo Francesco Vignarca al Fatto Quotidiano, è che questa corsa alle armi non sta producendo una società meno violenta e più pacifica. Al contrario. La moltiplicazione degli scenari di guerra sono davanti agli occhi di ciascuno di noi – e che non si parla di guerre spaventose come quella in Sudan, la peggior crisi umanitaria da tre anni a questa parte – ma, anche rimanendo in casa nostra, registriamo fatti di cronaca di una gravità inaudita, come l’omicidio di Marco Cossi, in un sottopassaggio di Padova, una decina di giorni fa, sembra per mano di un socio in affari che gli ha sferrato 15 coltellate. Gli osservatori del presunto attentato al presidente Trump alla cena con i corrispondenti alla Casa Bianca, non a caso, hanno dato una responsabilità dell’avvenuto alla presenza stessa di troppe armi sul suolo americano: un ritornello che riemerge in corrispondenza di ogni nuova strage negli Stati Uniti.
L’impressione è che sempre più, nei singoli e nelle organizzazioni, si stia imponendo un approccio securitario alimentato dalla paura. La società va trasformandosi in un insieme di persone che si trovano a condividere spazi, quartieri, tempi di vita, ma tendono a guardarsi in cagnesco, ponendosi subito sulla difensiva. Lo spirito comunitario sopravvive qua e là, ma non è certo il più diffuso. La risposta a questa constatazione tuttavia non può essere la lode di un’ipotetica età dell’oro che si colloca in un tempo indeterminato che comunque è passato. Si tratta piuttosto di costruire e di farlo singolarmente e insieme. Il benessere personale e familiare, inutile negarlo, passa attraverso la condivisione e la responsabilità rispetto alla cosa pubblica: donare tempo e attenzione per gli altri, nelle parrocchie come nel volontariato, sostiene la costruzione di una rete comunitaria che rappresenta il miglior antidoto contro la paura e la risposta più efficace all’insicurezza. Senza pericolo che, finita nelle mani sbagliate, un’arma finisca per uccidere. O anche solo ferire.