Mosaico
«Se vuoi comprendere / l’indigenza degli altri / accetta di fare chiarezza / sulle fiamme del tuo tormento».
Versi essenziali, spogliati di tutto il superfluo. Dentro queste poche righe, pubblicate nella raccolta La lingua primitiva (Crocetti 2026) c’è già molto del mondo di José Tolentino de Mendonça: l’idea che la poesia non sia evasione dalla realtà, ma immersione radicale nell’umano; che la verità non nasca dall’astrazione, ma dall’ascolto profondo delle proprie ferite. Che la parola poetica possa diventare un ponte tra l’esperienza più intima e il destino comune degli uomini.
«Vi ringrazio della possibilità che date a un cardinale di parlare di poesia – esordisce con sottile ironia il porporato portoghese – Un tema che può sembrare poco importante, ma che io ritengo significativo, perché la poesia è una forma di ricerca e di conoscenza della verità».
Tolentino de Mendonça è stato ospite lo scorso 6 maggio al Centro universitario padovano nell’ultimo appuntamento del ciclo annuale dei martedì, dedicato quest’anno al tema “Senza”. E “Senza… poesia” è appunto il titolo dell’incontro: quasi una provocazione in un’epoca che privilegia la frenesia rispetto alla riflessione, che sembra preferire lusso e ostentazione rispetto all’autenticità. Eppure proprio per questo, argomenta il cardinale, la parola poetica è oggi più necessaria che mai: «Penso che non si possa vivere senza poesia», spiega. Non perché la poesia renda la vita più elegante o più colta, ma perché custodisce qualcosa di essenziale dell’esperienza umana.
È ciò che impedisce alla realtà di ridursi soltanto a funzione, consumo, produttività. È ciò che ci salva dall’essere semplicemente «animali in lotta per la sopravvivenza».
Tolentino de Mendonça non è un cardinale qualunque. Quinto figlio di un’umile famiglia di pescatori, è nato nel 1965 a Funchal, nell’isola di Madeira, ed è cresciuto in Angola; è teologo biblico, professore di estetica teologica, e prima ancora poeta. Ha pubblicato numerose raccolte di versi, ha rappresentato il Portogallo nella Giornata mondiale della Poesia nel 2014, e da anni cura sul giornale Expresso una rubrica settimanale dal titolo emblematico: Che cosa sono le nuvole. Quando papa Francesco lo ha chiamato a presiedere il Dicastero per la cultura e l’educazione, nel settembre 2022 – dopo averlo già creato cardinale nel 2019 e nominato archivista e bibliotecario di Santa Romana Chiesa nel 2018 – ha scelto un uomo che non separa mai il pensiero dalla sensibilità, la fede dalla bellezza, la parola di Dio da quella poetica. Il suo motto episcopale è Considerate lilia agri, cioè “osservate i gigli del campo”.
Nel Centro di via Zabarella la sala è piena di studenti e persone di ogni età; lui parla per oltre un’ora, rispondendo alle domande senza appunti, con la naturalezza di chi conosce la materia non dall’esterno, ma dall’interno, come si conosce una lingua madre. Perché la poesia, chiarisce, non è ornamento, «la grande malattia» che secondo Romano Guardini «ci allontana dalla verità essenziale».
«Il movimento che la poesia ci chiede non è aggiungere aggettivi alla realtà: è al contrario sottrazione, denudamento. Non agghindare con vesti, ma arrivare al senso nella sua povertà, nella sua essenzialità». E cita l’amata poetessa Patrizia Cavalli, scomparsa nel 2022: «La poesia è prendere qualcosa e togliere il superfluo per farlo risplendere». Anche per questo il cardinale insiste tanto sul rapporto tra poesia e silenzio, tra i quali «esiste un patto». La poesia non elimina il mistero delle cose, non pretende di possederlo: ci accompagna piuttosto verso quella zona profonda dell’esistenza dove le parole diventano ascolto, contemplazione, domanda.
Ed è qui che la poesia si apre naturalmente alla dimensione spirituale. Non necessariamente in senso confessionale o religioso, ma come capacità di intuire che il reale non coincide soltanto con ciò che vediamo e misuriamo. Tolentino ricorda come gli artisti siano spesso «dissidenti del visibile»: uomini e donne che ci aiutano a capire che esiste sempre un’eccedenza, qualcosa che sfugge alle definizioni e ai calcoli.
Poi cita Paul Celan, grande poeta rumeno di lingua tedesca sopravvissuto alla Shoah: «Solo vere mani scrivono poesie vere». In fondo, tutta la sua riflessione sembra nascere da una convinzione semplice e radicale: la vita umana ha bisogno di significato quanto di pane. E la poesia è uno dei luoghi in cui questo significato continua ostinatamente a manifestarsi. Per Tolentino la poesia nasce prima di tutto dall’ascolto. Non dall’esibizione dell’io, ma dalla capacità di lasciarsi ferire dalla realtà. Per questo cita Marina Cvetaeva: «Io non penso, io ascolto». E forse proprio qui sta il cuore della sua proposta culturale e spirituale. In un tempo dominato dal rumore di fondo, dalla comunicazione incessante e dalla velocità, la poesia diventa esercizio di attenzione, rallentamento necessario. Una forma di resistenza contro la superficialità. «Oggi viviamo con fretta, ma al prezzo di non ricordare nulla», osserva.
È forse questa la ragione per cui la sua voce risulta così significativa oggi, anche fuori dagli ambienti ecclesiali. Il cardinale poeta ricorda che l’essere umano vive anche di stupore, immaginazione, desiderio di infinito. E forse è anche questo il compito più profondo della poesia: un vero e proprio atto di ribellione – spirituale, culturale e politico – verso il presente: non per consolarsi superficialmente, ma per guardare più a fondo, dentro e oltre noi stessi. E ad alzare gli occhi verso le stelle.