Fatti
La guerra in Iran rischia di affamare Paesi africani a 10mila chilometri di distanza. L’ennesima prova della globalizzazione – puntuale e implacabile – arriva con la chiusura dello stretto di Hormuz e l’impennata dei prezzi del carburante che mette a rischio l’azione umanitaria. Le ong di cooperazione allo sviluppo della rete Focsiv – 100 organismi di volontariato internazionale di ispirazione cristiana presenti in 80 Paesi – confermano dall’Africa l’allarme lanciato nei giorni scorsi dall’International Rescue Committee (Irc) sui ritardi nei trasporti e le interruzioni della catena di approvvigionamento. Focsiv ha progetti anche in Sudan, Sierra Leone, Kenya. E da Est a Ovest, e ancora più a Sud, chi fa cooperazione sta facendo i conti con i contraccolpi dello choc energetico.
Cooperazione a rischio in Sudan, diviso da tre anni di guerra civile. Giulia Dal Cin è desk officer di Ovci (Organismo di volontariato per la Cooperazione internazionale): “Abbiamo due progetti nella regione sudoccidentale del Kassala”, spiega la responsabile dei progetti sudanesi. “È un’area controllata dalle Saf, l’esercito regolare, dove arrivano sfollati sudanesi e profughi dall’Eritrea”. Un progetto è sulla salute materno infantile: “Sosteniamo l’ospedale di Kassala in collaborazione con l’Università D’Annunzio di Chieti”. L’altro “è in partenariato con l’ong Aispo, per l’assistenza a bambini disabili”.
Con la guerra in Iran il prezzo del gasolio è schizzato: “Anche se il Sudan raffina il petrolio degli oleodotti dal Sud Sudan, la gran parte viene esportato verso gli Emirati Arabi Uniti”. Paese che sotto banco sostiene le Rsf, le milizie che spadroneggiano nel Darfur, dove è estratto l’oro comprato proprio dagli Emirati.
“Un barile di gasolio da 44 galloni, quasi 167 litri – spiega la cooperante Ovci – sei mesi fa costava 600mila sterline sudanesi. Ora un milione e 528mila. Più 150%. Aumenti che si ripercuotono soprattutto sull’autotrasporto, ma anche sui prodotti locali. Stiamo mettendo in conto di dover rivalutare i progetti, di ridurre i servizi e il numero di utenti. E chi viene per le riabilitazioni già ci dice che non sa se potrà tornare. Le compagnie del trasporto pubblico, già scarso, cancellano le corse”.
Pierino Martinelli è il direttore della Fondazione Fontana attiva in Kenya: “Chi lavora nella cooperazione allo sviluppo, come noi, non può non risentire dell’aumento improvviso dei costi dei combustibili, che si ripercuotono sulla catena distributiva”. E il Kenya importa la totalità dei prodotti petroliferi: “È un Paese vulnerabile, qui tutto si muove su gomma. Come finirà? Che la gente mangerà di meno”.
A complicare tutto c’è lo scandalo appena scoppiato, con gli arresti del direttore della Kenya Pipeline Company, il viceministro dell’Energia e il direttore dell’Epra, l’autorità di regolamentazione petrolifera. L’accusa è che abbiano lucrato importando carburante di qualità sotto gli standard. Aumenti più corruzione: una tempesta perfetta.
Fondazione Fontana collabora con una ong locale, Saint Martin Csa. Il direttore, Maurice Muthiga, racconta una storia esemplare: “Nel villaggio di Thome, Esther ci ha detto che fatica a pagare le rette scolastiche di sua figlia Naomi. Finora c’era riuscita grazie alla sua piccola rivendita di alimentari, avviata col nostro l’aiuto. Ma l’aumento del carburante renderà più costoso il trasporto merci, riducendo il suo reddito. Anche le scuole aumenteranno le rette, e lei potrebbe non essere più in grado di sostenerle”.
In Sierra Leone opera Engim Internaziomale in collaborazione con una ong locale: “La crisi in Medioriente ha già contribuito a un aumento dei prezzi del carburante – spiega il direttore Gerald Aduna – con un effetto a catena sui costi logistici. Una prolungata instabilità rallenterà gli approvvigionamenti. Se la crisi dovesse persistere, potrebbe compromettere la tempestiva realizzazione delle attività umanitarie e di sviluppo. Come Engim siamo impegnati ad adattarci e a garantire la continuità del nostro lavoro. Ma la situazione sta generando stress finanziario e logistico”.
La crisi energetica peraltro aggrava una stagione già nera per la cooperazione internazionale. “Gli aiuti pubblici allo sviluppo erano già stati terremotati dal drastico taglio di Trump sui finanziamenti americani – è l’analisi della presidente Focsiv, Ivana Borsotto – con un meno 56%. Tagli anche in Germania, Francia e Regno Unito. Ne erano stati colpiti in particolare i Paesi africani più fragili. Con la guerra in Iran questo è un vero e proprio tsunami. Le guerre uccidono anche lontano dai teatri di combattimento”, afferma la presidente Focsiv.
“Tutto questo ci richiama ad un ancora maggior impegno per nuove relazioni internazionali, per un rinnovato multilateralismo e per un più deciso protagonismo dell’ Europa. Solo il diritto internazionale – afferma Borsotto – può fermare i tiranni che devastano il mondo”.