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Si chiude il 29 maggio alle 20.30 al teatro Verdi di Padova, con la tradizionale maratona, la decima edizione di Universerìe, il progetto della compagnia Amor Vacui che ha portato sul palcoscenico gli studenti dell’Università patavina, rendendo protagonisti i loro sogni ed emozioni, ma anche dubbi e paure. Si chiude la decima edizione, dal titolo La fine delle cose, ma si chiude anche il progetto.
«Nelle prime tre stagioni di Universerìe – racconta Andrea Bellacicco, co-fondatore della compagnia e regista dell’iniziativa – andavamo in scena anche noi come attori, insieme agli studenti e studentesse. La scommessa iniziale era di provare a creare uno spazio teatrale che non fosse solo un laboratorio, uno spettacolo, ma un posto dove gli studenti potevano raccontarsi davvero. Volevamo portare i meccanismi delle serie tv a teatro, quindi gli episodi, la ritualità, l’attesa del pubblico per l’episodio successivo, usando il teatro dal vivo come uno strumento di incontro fra chi era sul palco e chi era tra il pubblico. Era un progetto totalmente nuovo. Un’altra scommessa era provare a vedere se si poteva creare una comunità temporanea di persone che si davano un appuntamento e poi tornavano lì e la risposta devo dire che sin dalla prima stagione è stata incredibile».
Negli anni Universerìe ha raccontato il rapporto con l’essere fuori sede, il trovarsi in una città che va a una velocità diversa rispetto a quella a cui si è abituati o anche di chi l’ha vissuta perché c’è nato, ma poi la affronta da adulto. «Col tempo anche la scrittura si è affinata – continua Bellacicco – e si sono aggiunte cose inimmaginabili all’inizio, come la possibilità di utilizzare una tecnica più complessa, le proiezioni, gli effetti video-audio». Gli attori, una decina per ogni edizione, venivano selezionati da un apposito bando, la compagnia Amor Vacui faceva una prima scrematura, quindi un provino vero e poi si lavorava insieme e si cercava di comporre il cast. Per ogni edizione c’era un laboratorio di drammaturgia, uno di messa in scena e uno dedicato ai social media, che seguiva passo passo il percorso di prove e di messa in scena. «Ogni stagione ha avuto un tema di base che però non è mai stato scelto a priori. Ci siamo sempre dati la possibilità di ascoltare chi avevamo davanti e quali erano i loro bisogni perché ci sarebbe sembrato sbagliato decidere prima di che cosa avremmo parlato. La bellezza di Universerìe è sempre stata il chiedere ai partecipanti “che cos’è importante per voi?”. Ci sono dei macro temi riconoscibili come la voglia di parlare di come si costruisce un’identità, come si mantengono e si costruiscono delle amicizie, delle relazioni, il rapporto con la solitudine, con il futuro, col sentirsi fuori posto e anche poi il desiderio di appartenenza a qualcosa. Possiamo dire che in questo decennio abbiamo cominciato con una generazione piena di irrisolti e di domande che si dicono a bassissima voce, per arrivare sempre di più, soprattutto in questa stagione, a persone consapevoli rispetto alle dinamiche che regolano le loro vite».
Quale allora il senso di questa iniziativa, per gli studenti in primis, ma anche per l’Università e la stessa città di Padova? «Per gli studenti – risponde il regista e attore – è stato uno spazio di libertà, molto raro oggi, soprattutto perché non è mai stato competitivo o performativo nel senso accademico del termine, era un luogo in cui mettersi in gioco e poi costruire anche delle relazioni reali, si sono create delle piccole comunità. Per Università e città di Padova, penso abbia creato una specie di ponte tra l’istituzione e la vita quotidiana degli studenti. Abbiamo provato a raccontare sia gli studenti, ma anche Padova da un punto di vista di chi la attraversa e magari abbiamo rivelato delle fragilità o delle contraddizioni che possono restare invisibili alla quotidianità di chi la vive tutti i giorni non da studente».
A Universerìe hanno lavorato, con Andrea Bellacicco, Nicolò Targhetta, Giulio Bruzzolo, Francesca Lemmi ed Eleonora Panizzo.
«Universerìe finisce, consapevoli che i cicli a un certo punto si devono chiudere e ci sembrava giusto che ci fosse una conclusione vera e non un esaurimento lento. Il tema della fine è sia l’argomento narrativo sia una riflessione sul progetto che pensiamo abbia avuto un valore e un senso sociale. Tante cose finiscono, la differenza la fa l’importanza che viene data a quella cosa che finisce». Info biglietti: teatrostabileveneto.it