Idee | Pensiero Libero
«L’anno in cui ho provato la felicità più grande è stato anche quello in cui ho sperimentato la fatica più grande. Dovevo scegliere se fare la professione perpetua, ma pensavo di lasciare la congregazione, non mi sentivo al mio posto, per il mio modo di fare e perché non riuscivo a stare dentro alle richieste che mi venivano fatte. Poi, riflettendo con la guida spirituale, mi sono reso conto che non avevo mai barato, nella vita la felicità e l’entusiasmo che provavo erano sempre stati sinceri e questa certezza mi ha fatto capire di essere al posto giusto. La fatica non mi diceva di essere nel posto sbagliato, ma che dovevo camminare per crescere, avevo dei passi da compire per amare sempre di più il Signore e la missione in cui sono stato messo».
Di queste parole, ciò che rimane più impresso, è la doppia citazione della parola “fatica”. Una fatica che anzitutto corrisponde alla gioia più grande, come a tenere con i piedi per terra la persona che parla, a ricordarle che la vita non è mai solo l’estasi o il buio, ma nella nostra natura di uomini e donne queste due dimensioni convivono dalla nascita alla morte. E poi una fatica che diventa “varco” – si potrebbe dire con Montale – anziché ostacolo al domani, passaggio verso la versione migliore di se stessi, grazie alla crescita.
Sono frasi pronunciate con la naturalezza tipica di chi è vero, autentico: scendere nella profondità dell’animo senza intorbidare le parole con la retorica di chi ha chissà quali fini. È una testimonianza rilasciata a Schio, due anni fa, da don Francesco Andreoli, il giovane prete salesiano morto assieme all’animatore Alberto Fioretto, di 16 anni, nella galleria di Malo, sulla Pedemontana Veneta, giovedì 25 giorno. È come una perla che torna ad affascinarci nei giorni del dolore, dei 10 mila che hanno partecipato lunedì scorso alla fiaccolata nella città altovicentina e all’estremo saluto dei due giovani che hanno perso la vita andando a Gardaland con centinaia di ragazzi del grest in un caldo pomeriggio estivo.
In questi giorni, la fatica di chi resta, delle famiglie, degli amici e dei confratelli, sta nell’andare avanti, nel progettare un futuro per quei ragazzi che stavano nel cuore di don Francesco e Alberto. Una fatica che conosciamo bene a Padova, proprio in questi giorni in cui ricordiamo il primo anniversario dalla morte di un altro nostro giovane prete, don Andrea Albertin. Però non è tutto qui. Non c’è solo da farsi forza e tirare avanti. C’è qualcosa di molto concreto in quella fatica, proprio come diceva don Francesco all’Ufficio nazionale di Pastorale delle vocazioni che lo intervistava in quel video che tutt’ora si trova su YouTube. La fatica è grazia che le cose che viviamo ci rimangono dentro e si fanno esperienza, è il collegamento della realtà con le nostre emozioni, la fatica è stare con i piedi per terra, è un motore che può muovere (e cambiare) il mondo, direbbe Mario Calabresi nel suo Alzarsi all’alba che è stato ripreso nelle tracce della recente Maturità.
Allora la domanda è: che senso ha oggi fare fatica? La vita è tutta una ricerca della maggior comodità e del divertimento? Oppure sostare su un problema, attraversare una difficoltà, percepire la gravità dei pesi che portiamo riescono a lavorarci dentro e a darci una forma? L’accostamento di don Francesco tra la gioia più grande e la fatica più intensa è illuminante: nulla di ciò che non è guadagnato (esistenzialmente prima che economicamente) vale molto e ci fa crescere. Tutto ciò su cui abbiamo faticato ci migliora e ci porta un passo più vicino al Cielo.
È necessario ricordarlo in famiglia, in comunità, nella squadra, tutte le volte in cui si manifesta la tentazione di rimuovere gli ostacoli sulla via dei nostri bambini e ragazzi. Accompagniamoli, ascoltiamoli gratuitamente, senza giudizio o aspettative, ma non forniamo facili scorciatoie. È fondamentale che non barino, anzitutto con se stessi, per capire chi sono e a cosa sono chiamati. Una sfida che fa crescere tutti, anche noi, adulti o anziani.
Ciao ragazzi.