Idee
Gentile direttore,
“Io partecipo” è la parola utilizzata dalla Garante dell’Infanzia che sul suo sito lancia una consultazione pubblica per ascoltare la voce di ragazze e ragazzi tra i 14 e i 18 anni allo scopo di indagare le loro percezioni su guerra e conflitti, che viene fatta senza aver chiesto il consenso dei genitori per quei ragazzi e quelle ragazze minorenni.
Le parole sono importanti, raccontano dove vogliamo andare; e in un mondo non ancora completamente distopico, nel quale le parole rivestono ancora primaria importanza, e sono chiare e nette nel loro significato, la Garante dell’Infanzia decide di chiamare questa consultazione “Guerra e Conflitti”.Un po’ come l’Europa decide di chiamare il suo piano “ReArm”.
Tra le domande, ci sono anche quelle che chiedono se chi risponde, sarebbe disposto ad arruolarsi: domande che vanno dentro alla testa e al corpo di chi le vede scritte nero su bianco.
Sono nate alcune discussioni su tale consultazione: la Garante, quasi per tranquillizzare, afferma che «i risultati parziali su circa 4mila questionari dicono che il 68 per cento del campione non si arruolerebbe».
Peccato che lo voglia il nostro Governo, che sta reintroducendo la leva obbligatoria, memoria per tanti uomini di ordine e disciplina. E per far diventare questa tragedia quasi “normale”, continuano a usare le parole della guerra, dappertutto: nelle consultazioni, nei titoli dei giornali, negli articoli, per rappresentare la sua inevitabilità. Siamo pervasi da una narrazione che non racconta altro, ormai non ci facciamo più caso, da quanto siamo immersi in questa terminologia. La parola “pace” è invece diventata fonte di divisione: non se ne deve parlare, soprattutto nelle scuole questo termine è pericoloso, è politico dicono in molti, confondendo come spesso succede il termine “politico” con “partitico”. La nostra Chiesa, ma non tutta, con in testa il card. Zuppi, sta cercando altre parole: la pace deve essere studiata nelle scuole, deve entrare nelle nostre vite, nei nostri percorsi, nelle nostre storie.
In una Italia che ha perso il suo potere d’acquisto, dove gli stipendi sono al palo da 20 anni e il lavoro povero è sempre più presente, i soldi vengono spostati sulla leva obbligatoria, sulle armi, su questionari dove ai nostri figli viene chiesto se vorrebbero arruolarsi.
È una Italia che da troppi anni è addormentata ma deve trovare la forza, anche grazie all’associazionismo, di ristabilire la giustizia sociale, la pace, la condivisione.
Ringrazio il suo giornale che ogni settimana ci racconta della speranza che nasce anche nelle piccole cose che succedono nelle nostre comunità, ci racconta di strade di pace.
Monica Buson
vice presidente vicaria Acli Padova