Idee
Avevo qualche dubbio; per questo, prima di scrivere, ho voluto attendere più di un mese, nella speranza che quel dubbio si sciogliesse. Speravo che almeno il discorso di fine anno del presidente della Repubblica affrontasse con decisione questo dramma che sta vivendo la nostra democrazia. Invece, nulla. Così il dubbio è diventato una convinzione: la disaffezione degli italiani verso la politica, emersa chiaramente nelle ultime elezioni regionali, non solo non ha messo in discussione la classe politica, ma forse risponde addirittura a un suo interesse. Che sempre meno persone si rechino a votare sembra non dispiacere. I dati sono sotto gli occhi di tutti. Che si tratti di elezioni europee, nazionali, regionali o locali, il fenomeno dell’astensione continua a rappresentare una delle malattie più gravi della nostra democrazia rappresentativa. La percentuale di cittadini che si reca alle urne si aggira ormai stabilmente intorno al 50 per cento, con punte ancora più basse, come nelle recenti elezioni regionali: in Calabria l’affluenza si è fermata al 43 per cento; nel “nostro” Veneto poco più del 44 per cento.
Nonostante la gravità di questi numeri, il problema non sembra turbare i sonni della classe politica. Al di là di qualche politologo, sociologo, filosofo o psicologo, pochi politici di professione sembrano aver riflettuto seriamente su questo fenomeno. Dopo i commenti di rito – dobbiamo tornare a parlare ai cittadini, è un fenomeno preoccupante, serve una riflessione seria sulle cause della disaffezione – si passa rapidamente a incassare la vittoria e a tornare alle consuete beghe tra maggioranza e opposizione.
L’obiettivo principale pare essere quello di portare comunque a casa il risultato, anche quando la maggioranza dei cittadini sceglie di non partecipare. Eppure, sarebbe doveroso chiedersi quale sia il limite minimo di affluenza al di sotto del quale non si possa più parlare di vera democrazia. Se, ad esempio, votasse solo il 30 per cento degli aventi diritto, potremmo ancora considerare democratico il risultato? E se la percentuale scendesse al 20 per cento? E se, a un certo punto, qualcuno decidesse che, di fronte a numeri simili, non serva nemmeno più votare?
Una classe politica seria e responsabile dovrebbe interrogarsi con onestà di fronte a un’astensione così massiccia, cercandone le cause e promuovendo soluzioni credibili. Invece, ciò che spesso emerge è quasi un senso di compiacimento. Chi si reca alle urne – poco più o poco meno della metà degli aventi diritto – è generalmente ben convinto delle proprie idee e difficilmente cambia schieramento. Conservare quei voti diventa quindi relativamente semplice: basta “lisciare il pelo” del proprio tifoso, confermandolo nelle sue convinzioni.
La vera sfida, invece, sarebbe convincere chi si astiene, gli indecisi, coloro che non si sentono rappresentati. Non sempre si tratta di persone disinteressate alla politica; spesso sono cittadini stanchi di ascoltare discorsi lontani dal vissuto quotidiano e privi di qualsiasi visione lungimirante. Al contrario, si continua a illuderli con promesse che tutti sappiamo irrealizzabili, come l’ennesima promessa di abbassare le tasse. Restano allora taglienti e attuali le parole dell’umorista Pierre Desproges: «L’adulto non crede in Babbo Natale. Ma lo vota». Molti, ormai, non credono più nemmeno a Babbo Natale e, semplicemente, non vanno più a votare. Il filosofo Norberto Bobbio ammoniva: «La democrazia non è mai conquistata una volta per tutte, ma va difesa e rinnovata ogni giorno». Una società che rinuncia al voto rinuncia, di fatto, a questa responsabilità condivisa. E chi non si interessa di politica non si interessa alla vita. Non è forse un caso che, nel nostro Paese, si parli di un terribile inverno demografico.