Chiesa
Ad mortem festinamus, peccare desistamus.
Vita brevis breviter in brevi finietur,
mors venit velociter quae neminem veretur.
«Corriamo verso la morte: smettiamo di peccare. La vita è breve e in breve finirà; la morte viene veloce e non ha riguardo per nessuno.» Sembrano parole da lapide, e invece sono un ritornello da ballare. Le cantavano, verso la fine del Trecento, i pellegrini che salivano al santuario della Vergine di Montserrat, in Catalogna. Passavano la notte in chiesa a vegliare e, come succede quando tanta gente si ritrova insieme, a un certo punto avevano voglia di cantare. E di ballare. I monaci, invece di mandarli via, scrissero per loro dei canti adatti.
Lo sappiamo da una nota ricopiata nel cosiddetto Llibre Vermell, il «Libro rosso» di Montserrat, compilato intorno al 1399. Vi si legge che i pellegrini, quando vegliano nella chiesa della beata Maria di Montserrat, volunt cantare et trepudiare, «vogliono cantare e danzare», e lo fanno anche di giorno sulla piazza. Poiché lì non si devono cantare se non canzoni oneste e devote, alcune sono state messe per iscritto. Con una sola raccomandazione: usarle honeste et parce, «con garbo e con misura», per non disturbare chi, nella stessa chiesa, restava in preghiera e in contemplazione. Alcuni di quei canti portano l’indicazione a ball redon o, in latino, ad trepudium rotundum: «a ballo tondo», il girotondo in cui ci si prende per mano e si gira insieme.
Corriamo verso la morte Fra quei canti c’è proprio Ad mortem festinamus, che oggi conoscono in tanti, anche lontano dalle chiese, perché è stato inciso decine di volte, da complessi di musica antica fino a gruppi rock ed elettronici. È un virelai, una canzone a ritornello di quelle che nel Medioevo si accompagnavano col ballo: dopo ogni strofa il ritornello torna come un passo che si ripete. Può sembrare strano: si sale in pellegrinaggio dalla Madre di Dio, si veglia di notte e ci si mette a cantare la morte su un ritmo che invita a muovere i piedi. Ma per quei pellegrini la morte non era un argomento da evitare; era la compagna di strada di ogni cammino, e cantarla insieme voleva dire guardarla in faccia senza restare soli.
Il canto, però, non si ferma alla paura. Verso la fine parla di chi regnerà con Cristo e lo vedrà facie ad faciem, «faccia a faccia», unendosi agli angeli nel Sanctus, sanctus Dominus Sabaoth, «Santo, santo il Signore degli eserciti». L’ultima strofa si rivolge alla Vergine, alma virgo virginum, in celis coronata, «Vergine santa fra le vergini, coronata nei cieli», perché dopo questo esilio ci venga incontro.
Un’altra strofa chiama a raccolta i grandi del mondo: Cuncti reges seculi et in mundo magnates / adventant et clerici omnesque potestates, / fiant velut parvuli, dimitant vanitates. «Vengano tutti i re della terra e i grandi del mondo, vengano i chierici e tutte le autorità: si facciano come bambini e lascino le vanità». È già un corteo, con i potenti chiamati uno per uno. Pochi decenni più tardi questo stesso corteo comincerà a essere dipinto sui muri d’Europa, e prenderà un nome che ci è rimasto: danza macabra.
Il ballo a cui nessuno manca Nel 1424, sotto i portici del cimitero degli Innocenti a Parigi, comparve una lunga processione dipinta: ogni vivo, dal papa all’imperatore, dal cardinale al mercante fino al contadino e al bambino, era preso per mano da un morto e trascinato in una danza. Quell’affresco è andato perduto, ma l’idea fece il giro d’Europa e riempì chiese, cimiteri, ossari e, più tardi, i libri a stampa.
In Italia ne abbiamo uno degli esempi più impressionanti a Clusone, nella bergamasca, sulla facciata dell’Oratorio dei Disciplini (nella foto). L’affresco, datato 1485, è attribuito a Giacomo Busca, detto il Borlone. In alto la Morte incoronata trionfa sui potenti; sotto, i vivi avanzano in fila, ciascuno accompagnato dal suo morto. Nei cartigli è la Morte stessa a parlare: Gionto la morte piena de equaleza, «sono arrivata io, la morte, piena di uguaglianza»; voglio voi soli, dice, non la vostra ricchezza.
Ma la scritta più bella corre proprio sopra la danza, ed è un invito:
O ti che serve a Dio del bon core,
non havire pagura a questo ballo venire,
ma allegramente vene e non temire,
poy chi nase elli convene morire.
«Tu che servi Dio con cuore buono, non aver paura di venire a questo ballo: vieni con allegria e non temere, perché chi nasce deve morire».
La danza macabra, dunque, non serviva soltanto a spaventare i peccatori: per chi vive nella grazia era anche un ballo a cui andare con letizia. Accanto, un altro cartiglio ricorda l’altra faccia della medaglia: Ognia omo more e questo mondo lassa: / chi ofende a Dio amaramente passa, «ogni uomo muore e lascia questo mondo; chi offende Dio passa nell’amarezza». Le due cose stanno insieme, come nel canto dei pellegrini di Montserrat.
Sorella morte alla Porziuncola Chi conosce Francesco avrà già riconosciuto le stesse due facce nel Cantico di frate Sole:
Laudato si’, mi’ Signore, per sora nostra Morte corporale,
da la quale nullu homo vivente pò skappare:
guai a quelli ke morrano ne le peccata mortali;
beati quelli ke trovarà ne le Tue sanctissime voluntati,
ka la morte secunda no ’l farrà male.
Quella strofa Francesco la volle aggiungere negli ultimi giorni. E la morte l’andò ad accogliere alla Porziuncola, la sera del 3 ottobre 1226. Tommaso da Celano racconta che le andava incontro lieto e la invitava a essere sua ospite: «Ben venga, mia sorella morte». Chiese ai frati di cantargli le lodi e lui stesso, con la voce che gli restava, intonò il salmo 141: Voce mea ad Dominum clamavi, «con la mia voce ho gridato al Signore». San Bonaventura annota che lo recitò fino all’ultimo versetto.
Quell’ultimo versetto, nel latino che Francesco pregava, dice me exspectant iusti, «i giusti mi aspettano». L’ebraico dice qualcosa di più: che i giusti si stringeranno intorno all’orante, e molte traduzioni italiane rendono «i giusti mi faranno corona». Un cerchio di giusti attorno a chi muore: è la stessa danza in tondo, il ball redon che i pellegrini di Montserrat facevano tenendosi per mano.
Le fonti aggiungono un ultimo dettaglio. Mentre già calava la sera, le allodole, uccelli amici della luce che temono il buio, si radunarono sul tetto della cella e vi volteggiarono a lungo in cerchio, con un giubilo insolito. Anche il cielo, quella sera, ballava in tondo. Quel volo prefigura la danza dei beati, come l’ha dipinta il Beato Angelico: angeli e santi che si tengono per mano in un mistico girotondo, sul prato fiorito del paradiso. È il ballo a cui Francesco era atteso: il cerchio dei giusti che fanno corona, dove nessuno viene più trascinato e tutti sono invitati.