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Negli ultimi anni il mondo digitale ha assistito a una crescita esponenziale del consumo di energia e delle infrastrutture necessarie per sostenere l’intelligenza artificiale (IA) e i servizi cloud. I data center, le grandi “fabbriche” di calcolo che immagazzinano ed elaborano dati, consumano quantità sempre maggiori di elettricità e acqua per il raffreddamento. Secondo l’Agenzia internazionale dell’energia, la loro domanda energetica potrebbe raddoppiare entro la fine di questo decennio se il trend attuale di espansione tecnologica continua.
In questo contesto, alcune delle menti più influenti della tecnologia stanno esplorando una proposta rivoluzionaria: spostare parte dell’infrastruttura di calcolo nello spazio. L’idea può sembrare estrema, ma ha basi tecniche e motivazioni reali: l’ambiente spaziale offre risorse che sulla Terra sono limitate o costose, e – con i giusti progressi – potrebbe trasformare il modo in cui gestiamo i nostri “cervelli elettronici”.
Il primo e più immediato vantaggio di un data center in orbita è l’energia solare praticamente illimitata. In orbita terrestre bassa, soprattutto su orbite sincrone giorno-notte, i pannelli solari possono catturare la luce del Sole per gran parte del giorno senza interruzioni di notte, nuvole o stagioni. Questo significa che un data center spaziale potrebbe sfruttare una fonte di energia pulita e continua senza dover dipendere dalle reti elettriche terrestri o da combustibili fossili.
La potenza solare nello spazio non è un concetto nuovo: è alla base di decenni di ricerca su energia solare in orbita e su come trasferirla alla Terra. Ma applicarla direttamente a infrastrutture di calcolo significa combinare l’energia con la capacità di calcolo necessaria per l’IA e il cloud. Alcuni progetti – quali quello del colosso tecnologico Google, noto internamente come Project Suncatcher – puntano a lanciare costellazioni di satelliti dotati di chip specializzati per l’IA che operano alimentati dal Sole già a partire dal 2027.
Un altro limite crescente dei data center terrestri è il raffreddamento: i server generano calore enorme quando elaborano dati, e i sistemi di climatizzazione consumano molta energia e acqua per mantenerli operativi. All’esterno dell’atmosfera terrestre, il vuoto permette di dissipare calore nello spazio attraverso radiatori termici senza bisogno di grandi impianti di refrigerazione terrestre. Apparentemente un enorme vantaggio, ma in realtà l’ingegneria termica spaziale è complessa: occorre progettare radiatori estesi e molto efficienti per trasferire il calore nell’ambiente circostante, operazione costosa in termini di massa da lanciare e installare.
Il principale ostacolo rimane portare l’hardware nello spazio. Anche con i progressi nei razzi riutilizzabili, i costi di lancio sono ancora elevati. Per essere competitivi con i data center terrestri, i costi al chilogrammo dovrebbero scendere drasticamente, e la quantità di hardware da inviare in orbita (pannelli solari, radiatori, processori, sistemi di orientamento) è enorme.
Inoltre, nello spazio c’è un’altra variabile da affrontare: le radiazioni cosmiche. I chip e i circuiti elettronici devono essere protetti o progettati per tollerare livelli molto più alti di radiazione rispetto a quelli sulla Terra. Esistono soluzioni — come materiali schermanti o software che correggono errori — ma aumentano ulteriormente la complessità e il peso del sistema.
Spostare l’infrastruttura nello spazio, dunque, potrebbe ridurre la pressione su reti elettriche e risorse idriche terrestri, ma non è privo di impatti ambientali. Studi preliminari suggeriscono che le emissioni legate ai lanci spaziali e alla rientranza dei materiali nell’atmosfera potrebbero essere significative e, in alcuni scenari, maggiori rispetto a quelle dei data center terrestri.
Inoltre, l’aumento di componenti in orbita potrebbe contribuire al problema dei detriti spaziali, alterando gli equilibri di un ambiente già molto affollato di satelliti e rifiuti artificiali.
Per ora, i data center orbitanti restano in gran parte progetti, prototipi e piani industriali di start-up e big tech. Alcuni paiono più vicini alla realizzazione, come piccole unità GPU già orbitali o i primi esperimenti di computing “al limite dell’atmosfera”, ma siamo ancora agli inizi di un’idea che potrebbe impiegare decenni per maturare.
Nonostante ciò, poco alla volta la comunità scientifica e tecnologica sta prendendo sul serio il concetto: non più come fantascienza, ma come possibile risposta ai limiti imposti dalla Terra alla crescita del calcolo e dell’IA. Che questi data center spaziali diventino realtà dipenderà dai progressi nei lanci spaziali, nella gestione termica e nella sostenibilità — oltre che da un attento equilibrio tra costi, benefici e impatti sul nostro pianeta e sull’ambiente oltre l’atmosfera.