Fatti
Rappresentanti di movimenti appartenenti alla Rete zero Pfas Italia hanno fatto sentire la loro voce a Bruxelles, per un’Europa senza sostanze perfluoroalchiliche (Pfas). Nella capitale belga, sede delle istituzioni europee, dal 3 al 6 marzo, hanno presentato in diversi momenti e inviato a tutti gli eurodeputati (dei quali solo alcuni sono stati disponibili a un incontro), un documento dal titolo “Perché chiediamo zero Pfas”. Il testo è stato realizzato dalla Rete zero Pfas Italia, un coordinamento che riunisce più di cento associazioni, comitati civici, gruppi di cittadini, medici e attivisti che lavorano insieme per fronteggiare l’inquinamento da queste sostanze. Ne fanno parte diverse realtà del nostro territorio, tra cui le combattive ed encomiabili Mamme No Pfas, anch’esse presenti a Bruxelles. Il documento ha visto il sostegno di European environmental bureau (Eeb), la più grande rete europea di organizzazioni ambientaliste che riunisce 190 realtà di 41 paesi dell’Ue, che sta conducendo una battaglia per l’eliminazione totale di queste sostanze tossiche nel nostro continente.






Arrivando al nocciolo della questione, cioè quanto l’Ue sta facendo per contrastare la diffusione delle sostanze perfluoroalchiliche, la vicentina Michela Piccoli, portavoce delle Mamme No Pfas, ricorda che «in un primo incontro avuto a Bruxelles, rappresentanti dell’Unione Europea hanno sottolineato che si stanno impegnando innanzitutto per vietare l’immissione di Pfas in prodotti non essenziali come cosmetici, detersivi e altro». A proposito del documento “Perché chiediamo zero Pfas”, Piccoli spiega che attraverso questo scritto «sollecitiamo l’Ue a richiedere studi rigorosi da parte delle aziende, sui nuovi prodotti chimici che immettono sul mercato, per valutarne sicurezza e potenziale di inquinamento. Approfondimenti dovrebbero essere inoltre fatti da studi indipendenti. Le imprese devono mettere a disposizione degli organismi di vigilanza gli standard analitici necessari per identificare e misurare le sostanze che producono o utilizzano, prevedendo modalità che tutelino eventuali segreti industriali. Solo in questo modo gli organismi di vigilanza possono effettuare controlli reali sull’ambiente, sul biomonitoraggio e sul rispetto delle autorizzazioni. Senza standard analitici, il controllo è impossibile».
Per quanto riguarda ogni nuova molecola di Pfas prodotta, la portavoce sostiene che «le industrie chimiche forniscano agli enti di controllo i metodi analitici coperti da brevetto, cioè le procedure utilizzate per individuare e misurare queste sostanze. Il problema principale nasce dal ritardo tra il momento in cui una sostanza viene immessa sul mercato e quello in cui viene riconosciuta come nociva, spesso dopo molti anni, talvolta anche venti. Nel frattempo la sostanza può già aver contaminato l’ambiente». A tal proposito, in un passaggio chiave del documento si specifica in modo inequivocabile, che «in presenza di ragionevoli indicazioni di rischio e di incertezza scientifica, le sostanze chimiche non dovrebbero essere immesse sul mercato fino a quando non sia dimostrata la loro sicurezza». Un altro aspetto richiamato nel documento in questione e fatto presente alle autorità europee, è dove si dice che «ogni prodotto dovrebbe indicare chiaramente se contiene Pfas, quale tipo di Pfas, in quale quantità. Questo per garantire trasparenza e informazione ai cittadini». Michela Piccoli ci tiene a ricordare che a Bruxelles hanno potuto intervenire da remoto anche alcune mamme indiane di Lote, una località industriale nella zona di Parshuram, nel distretto di Ratnagiri, nello stato del Maharashtra, sulla costa occidentale: «Stiamo facendo rete anche con loro perché in quella zona sono stati trasferiti gli impianti dell’ex azienda Miteni, responsabile del disastro ambientale nel vicentino».
Nella loro quattro giorni in Belgio i diversi partecipanti hanno assistito alla proiezione del documentario How to poison a planet (Come avvelenare un pianeta). Uscito nel 2024 e diretto dall’australiana Katrina McGowan, racconta come i Pfas, prodotti per decenni da multinazionali, siano stati diffusi senza adeguati standard di sicurezza, contaminando acqua, suolo e alimenti e causando gravissimi rischi per la salute globale. Nel film viene citato anche il caso Veneto della Miteni, considerato una delle più grandi contaminazioni da sostanze perfluoroalchiliche in Europa.