Idee | Pensiero Libero
C’è un divario profondo tra la realtà vissuta ogni giorno dai nostri insegnanti, dai dirigenti scolastici e dalle famiglie e le formule burocratiche che periodicamente vengono calate dall’alto della politica romana. L’ultimo annuncio del Governo di introdurre un tetto alla presenza di bambini stranieri nelle classi italiane (norma che in realtà vige da anni, puntualmente derogata) riaccende un dibattito ideologico che rischia, ancora una volta, di ignorare il vissuto concreto delle nostre comunità, trattando le classi come se fossero magazzini da organizzare e non luoghi vivi di incontro, crescita e speranza per il futuro del Paese.
A riportare la questione sul binario del buon senso è intervenuto il card. Matteo Zuppi, presidente della Cei, in un richiamo forte e profondo pronunciato in apertura al Consiglio permanente che si è tenuto dal 21 al 23 settembre a Roma. «Non possiamo accettare che il luogo di nascita, la condizione economica, fisica o il contesto sociale determinino le opportunità di apprendimento di un ragazzo», ha ammonito, ricordando che «una scuola autenticamente inclusiva è uno dei più potenti strumenti di giustizia e di pace». Le sue parole toccano il cuore della convivenza civile e interpellano direttamente le nostre coscienze: la scuola deve essere un luogo in cui nessuno si senta escluso, un laboratorio di cittadinanza dove si impara a stare insieme a partire dal valore inestimabile di ogni singola persona.
Per capire quanto la proposta del tetto ministeriale rischi di scontrarsi con la realtà, basta guardare al nostro territorio. A Padova e in tutto il Veneto, la presenza di bambini con genitori stranieri non è un’emergenza passeggera o un dato da correggere con un tratto di penna: è una realtà strutturale, consolidata, parte integrante del tessuto demografico. I dati statistici del Comune di Padova rivelano che in città addirittura un istituto su tre (tra scuole dell’infanzia, primarie e medie) supera già la soglia del 30 per cento di alunni con cittadinanza non italiana. In quartieri storici e popolosi come l’Arcella, ma anche in molti Comuni della provincia, ci sono sezioni in cui la percentuale è ben superiore. Un padovano su quattro in età scolare ha origini straniere. Ma chi sono questi bambini? I registri scolastici e le relazioni dell’Ufficio Scolastico Regionale dicono chiaramente che la stragrande maggioranza di loro è nata in Italia. Sono nati nei nostri ospedali, parlano l’italiano con l’inflessione tipica delle nostre terre, spesso giocano nei patronati, tifano per le squadre locali e non di rado frequentano le nostre parrocchie. Definirli semplicemente «stranieri» significa usare una categoria giuridica astratta che nega la realtà dei fatti. In un Veneto che soffre da anni di un inverno demografico drammatico, con culle sempre più vuote e classi che rischiano la chiusura, questi bambini e i loro genitori sono la linfa che permette a molte scuole di paese di restare aperte e di continuare a presidiare il territorio. Certo, le difficoltà non mancano ed è compito della buona politica affrontarle, ma non con i divieti o i trasferimenti forzati di bambini da un quartiere all’altro. Le fatiche dell’integrazione, i problemi linguistici che talvolta rallentano la didattica, il bisogno di un sostegno specialistico non si superano fissando quote di ingresso, ma investendo risorse: assumendo mediatori culturali, potenziando l’insegnamento dell’italiano L2, offrendo supporto ai docenti e prolungando il tempo scuola per aiutare anche le famiglie nell’accompagnamento dei figli. La logica del tetto burocratico sposta l’attenzione dalle risorse necessarie ai numeri, alimentando la retorica della separazione.
Le nostre comunità cristiane – molte delle quali impegnate nel doposcuola, nell’accoglienza e nel dialogo interculturale – sanno che l’integrazione non si fa per sottrazione. La scuola è l’ambiente in cui si edifica il futuro comune. Se vogliamo una società coesa, sicura e fraterna, dobbiamo ripartire dai banchi di scuola, custodendo ogni bambino, senza che la burocrazia metta un limite alla speranza e all’accoglienza.