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Sono passati ben 250 anni da quando l’abate Giuseppe Gennari, nato a Padova nel 1721 (e morto nel 1800, sempre a Padova) ha scritto una delle sue opere più note: Dell’antico corso de’ fiumi in Padova e ne’ suoi contorni, e de’ cambiamenti seguiti con altre curiose notizie, e un saggio della legislazione de’ padovani sopra questa materia. Stampato nel 1776 nella stamperia dei fratelli Conzatti, questo dell’abate Gennari è un libro che parla delle acque a Padova, dei fiumi, dei canali, dei fossi, della loro centralità e dell’importanza che riveste la comunità nella gestione del governo delle acque.
In occasione dell’anniversario, Luciano Morbiato, che è stato docente di Storia delle tradizioni popolari all’Università di Padova, ha curato una ristampa anastatica con la casa editrice Cleup che consente così di rileggere questo prezioso saggio e conoscere la storia, seppure minima, della nostra città attraverso la lettura di documenti imperiali e comunali.
«L’abate Gennari – afferma Luciano Morbiato – è un topo d’archivio, un letterato, un erudito, uno storico locale che poco ha avuto a che fare con la cura delle anime. Le pagine del suo libro sono intrise di citazioni e traduzioni da antichi scritti in latino grosso notarile. Aveva studiato in Seminario e come molti altri ecclesiastici tra Sette e Ottocento passerà la sua vita a studiare e scrivere. Nella sua produzione troviamo anche composizioni poetiche scritte per nozze, monacazioni, funerali, visite di sovrani. Anche il saggio sui fiumi è dedicato a un nobiluomo padovano, Jacopo Pappafava Antonini che sposa una gentildonna friulana, la contessa Arpalice di Brazzacco».
Suddiviso in tre capitoli, come già l’articolato titolo anticipa, il saggio si apre con una parte dedicata al corso naturale di Brenta e Bacchiglione, quindi ne evidenzia le modifiche, i tagli tra 11° e 14° secolo, le rettifiche attuate dal governo della città e poi c’è una parte dedicata alle leggi sulla manutenzione del corso e delle strutture fluviali a partire dai ponti cittadini. A queste tre sezioni segue una Appendix monumentorum con la riproduzione di interi documenti e le Annotazioni, con le citazioni originali in latino tradotte nel testo. Dopo la dedica al nobiluomo, Gennari si rivolge anche «ai cortesi lettori», come era abitudine a quei tempi.
«La figura che emerge da questo saggio, così come da altri suoi scritti – sottolinea Morbiato – è quella di un prete che fa parlare le carte, che aspirava a una cattedra di diritto, ma che non gli venne mai data, se non alla fine della sua vita, sotto la Municipalità democratica, quando fu nominato tra i rettori della facoltà di studi giuridici. Attento a ciò che succede nella sua città, tanto che fra le sue opere c’è anche una sorta di diario – Notizie giornaliere di quanto avvenne specialmente in Padova dall’anno 1739 all’anno 1800, a lungo inedite, pubblicate nel 1982-84 – nel quale ha appuntato giorno per giorno gli eventi, gli accadimenti, i cambiamenti meteorologici, i funerali, i matrimoni, le nascite, le visite di personalità, la festa del Santo e di Santa Giustina. Ha adempiuto al compito di cronista – sottolinea il docente – con passione, puntiglio e “malignità”: se poteva dire qualcosa sui docenti universitari che riteneva non all’altezza dell’incarico, lo diceva. Così come di qualche suo amico».
Per Gennari studiare la storia significava liberare il passato dall’oscurità e dagli errori facendo trionfare il «lume della verità» come risultato delle ricerche di «uomini instancabili». Usa proprio queste parole nell’incipit dove poi si presenta, dicendo di ben conoscere «la piccolezza delle mie forze e la scarsezza de’ miei talenti». Dal saggio dedicato ai fiumi e dalle Notizie giornaliere, si percepisce una certa visione dell’abate di Padova, che traspare come una città orgogliosa della propria identità: «Si percepisce un certo orgoglio cittadino. Il libro ne è continua testimonianza. Quando ad esempio parla della Torlonga, la Specola odierna, sottolinea come anche in quei secoli lontani si sapesse costruire bene. Accenna poi al Salone del Palazzo della Ragione e all’architettura come simbolo di libertà cittadina».
«Da un punto di vista editoriale il materiale ha una sua eleganza – aggiunge il curatore dell’opera – l’edizione stampata dai fratelli Conzatti presenta capilettere e finali istoriati che raffigurano monumenti padovani e non solo. A pagina 88 ad esempio c’è una veduta di Abano Terme con i soffi delle acque termali che sbuffano dal terreno e la cornice dei colli attorno. Nel capitolo che si apre subito dopo c’è un frontespizio che rappresenta Roma con il Colosseo e poi la lettera A ha raffigurata la Torre dell’orologio in Piazza dei Signori. C’è une cura tipografica molto raffinata. L’abate Gennari aveva frequentato a Venezia, negli anni in cui era precettore, l’Accademia dei Granelleschi animata dai fratelli Gozzi: il suo stile risente di questo influsso, evita infatti i francesismi e i dialettismi e se gli capita di usare termini tecnici locali, vernacoli, li scrive in corsivo e li affianca con l’equivalente nella lingua di Dante».
Quale valore può avere oggi quest’opera? «Gennari – conclude Morbiato – ci ricorda che il corso dei fiumi nel territorio padovano, come in quello nazionale e non solo, deve essere conosciuto e studiato, che l’acqua che trasportano è un bene essenziale che va protetto, gestito e condiviso».