Fatti
Un unico appello, corale, indirizzato al presidente della Biennale di Venezia, Pietrangelo Buttafuoco, e che porta la firma, anzi, 50 firme di soci dell’Istituto veneto di scienze, lettere ed arti di Venezia, prestigiosa accademia che dal 1838 promuove lo sviluppo delle medesime arti. Tra loro intellettuali, chimici, storici, ingegneri tra cui Lorenzo Fellin, primo firmatario. L’oggetto? «Chiediamo di mettere in atto ogni azione intesa a bloccare l’annunciata e unilaterale presenza ufficiale del Governo russo attuale alla Biennale, anche per solidarietà culturale con i moltissimi artisti russi indebitamente incarcerati e nel rispetto della memoria dei molti artisti ucraini, ora nei cimiteri dopo le devastazioni russe a Bucha, Mariupol, Sumy».
I firmatari, come si legge nell’appello, lontani da ogni altra considerazione politica o economica, chiedono a Buttafuoco di impedire che la «prestigiosa rassegna offra una tribuna alla propaganda governativa e alla disinformazione russa». Ciò nasce, secondo i firmatari, dall’aver preso atto che tra gli sponsor e i curatori russi della rassegna vi siano «persone fortemente schierate a favore dell’operazione militare speciale indetta da Putin».
Nella lettera si legge che questa presa di coscienza è mossa «unicamente dall’allarmante situazione creata in Europa da una guerra tanto sanguinosa quanto surreale e alla fine probabilmente inutile, giunta al suo quinto anno e dall’urgenza di azioni, anche simboliche, che possano aiutare l’Ucraina a difendere e mantenere il suo diritto a esistere».
C’è, infine, un precedente su cui gli intellettuali poggiano la loro missiva: Ca’ Giustinian «può vantare, nella sua straordinaria storia di libertà, momenti di alto livello culturale, come la Biennale del dissenso del 1977, presieduta da Ripa di Meana, che contribuì a dar voce a ogni forma di cultura repressa da regimi dittatoriali».