Storie
Ho visitato alcuni campi profughi, in Libano, Etiopia, vicino al Sudan e la prima immagine che ho in mente sono le ciabatte di plastica, indossate oppure abbandonate nella polvere. Sono ovunque in questi luoghi, appaiate o solitarie. Attorno a esse bambini, tantissimi bambini, chi con una ruota e un bacchetto di legno, chi con uno zaino sgualcito sulle spalle, chi con bambole nude in mano, tutti con volti e magliette maculati di terra.
Oggi, nel mondo, quasi 50 milioni di bambini e adolescenti vivono lontani dalle proprie case, sradicati da guerre, violenze, persecuzioni o disastri climatici. È un continente intero, ignaro delle dinamiche geopolitiche e del significato del bene e del male. È una delle più grandi crisi umanitarie ed educative della nostra epoca, una faglia profonda che ha già interrotto il futuro di intere generazioni.
Osservando i dati ufficiali forniti dall’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (Unhcr) e dall’Unicef, emerge una realtà ancor più definita e, se possibile, ancora più drammatica. I minori che hanno ufficialmente attraversato un confine internazionale per cercare protezione, assumendo lo status di rifugiati o di richiedenti asilo, sono circa 19,1 milioni. Di questi la maggioranza – circa 15 milioni – si trova sotto il mandato diretto dell’Unhcr; altri 1,7 milioni sono bambini palestinesi registrati presso l’Unrwa (Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e l’occupazione dei profughi palestinesi nel Vicino Oriente), mentre circa 2,7 milioni sono minori in attesa di una risposta alla loro domanda d’asilo, sospesi in un limbo burocratico di anni e anni di interpretazioni e lentezza nei giudizi. Succede in Sudamerica come in Medi Oriente.








Poi c’è un fenomeno di cui non si parla mai: gli sfollati interni, esercito ancor più numeroso. Sono 29,4 milioni i bambini che hanno dovuto abbandonare le proprie città, bloccati all’interno dei confini dei loro Paesi d’origine. Se ne parla poco, forse perché rimanere nei confini di uno Stato è quasi confortante. Si muovono tra macerie e campi profughi improvvisati in teatri di crisi croniche come il Sudan, la Repubblica Democratica del Congo, la Striscia di Gaza, il Myanmar, l’Afghanistan, l’Etiopia. Guerre civili che chiudono i confini isolando i minori e impedendo loro l’accesso agli aiuti umanitari, ostacolato dai fronti dei combattimenti e dall’instabilità politica interna.
Mettere a fuoco questi numeri significa comprendere l’impatto demografico dei conflitti moderni. I minorenni rappresentano circa il 30 per cento della popolazione mondiale, ma quando si analizza la popolazione globale dei rifugiati, la loro quota sale al 41 per cento. Significa che quasi la metà delle persone che oggi scappano nel mondo da guerre e persecuzioni è composta da bambini e adolescenti. A questo si aggiunge un dato che fotografa la cronicizzazione delle crisi globali: ogni anno, circa 330 mila bambini nascono già con lo status di rifugiati. Centinaia di migliaia di neonati nascono all’interno di un campo profughi, in alloggi temporanei o in contesti di totale precarietà, crescendo senza aver mai visto il Paese d’origine dei propri genitori e, spesso, senza una cittadinanza formale. Non conoscono la loro data di nascita che, soprattutto in Paesi africani, viene convenzionalmente datata al 1° gennaio di chissà quale anno, come ho visto nei documenti dei ragazzi nati nei campi profughi del Congo durante il genocidio del Rwanda. Vedono e imparano concetti all’opposto: il caldo e il freddo, il cielo e la terra, la polvere e l’acqua, la violenza e il senso di comunità.
Accanto all’emergenza materiale della sopravvivenza come cibo, acqua e ripari sicuri si consuma una tragedia silenziosa e altrettanto devastante: lo smantellamento del diritto all’istruzione. La scuola non è solo un luogo dove si impara a leggere e a scrivere; per un bambino rifugiato rappresenterebbe l’unica zona franca di normalità, un presidio di protezione contro lo sfruttamento, il lavoro minorile, i matrimoni precoci e il reclutamento forzato da parte di gruppi armati. Eppure, i dati sul diritto allo studio descrivono uno scenario di profonda esclusione.
Nel mondo si contano circa 14,8 milioni di bambini rifugiati in età scolare. Di questi, quasi la metà, 7,2 milioni, non ha accesso all’educazione di base. Se analizziamo il percorso scolastico per fasce d’età, il divario con i coetanei non rifugiati diventa una voragine. Nella scuola primaria, la percentuale di iscrizione dei bambini rifugiati si attesta intorno al 65 per cento, un dato già insufficiente, ma che dimostra lo sforzo delle comunità ospitanti. Tuttavia, quando si passa alla scuola secondaria il tasso di scolarizzazione crolla al 31 per cento.
Questo significa che quasi sette adolescenti rifugiati su dieci non continuano gli studi. L’abbandono scolastico in questa fascia d’età è un punto di non ritorno: privi di competenze e di titoli di studio, questi ragazzi affrontano l’età adulta con pochissime prospettive di emancipazione, rimanendo spesso intrappolati nel ciclo della povertà e della dipendenza dagli aiuti internazionali. La loro visione del mondo si afferma principalmente in due modi: abbracciando l’estremismo o immergendosi nella rassegnazione.
Per le ragazze rifugiate la situazione è ancora più complessa, poiché barriere culturali ed economiche riducono ulteriormente le loro possibilità di accedere e rimanere nel sistema scolastico secondario. Rimangono prigioniere di mentalità arcaiche, sopraffatte dal loro destino.
La comunità internazionale si trova di fronte a una grande responsabilità: garantire che la protezione di quasi 50 milioni di minori sfollati e rifugiati non può limitarsi alla gestione emergenziale delle prime necessità. Strutturare corridoi umanitari sicuri, finanziare programmi di supporto psicologico per i traumi da guerra e, soprattutto, investire massicciamente nell’integrazione scolastica dei minori nei Paesi ospitanti, sono passi non più rimandabili. I Paesi a basso e medio reddito ospitano la stragrande maggioranza dei rifugiati mondiali, pur disponendo di risorse limitate, come il Libano per esempio che a fronte di una popolazione di 6 milioni di abitanti ospita 1,5 milioni di profughi siriani e tra i 200 e i 400 mila palestinesi. Bisognerebbe invertire i venti di questo tempo a ritroso nei secoli, addolcendo il linguaggio e riscoprendo il significato della parola comprensione.
Nessun bambino al mondo sceglie dove nascere, né sceglie cosa vedere appena apre gli occhi la mattina: genitori stanchi, il lembo svolazzante dell’ingresso della tenda in cui dorme, una pentola annerita che bolle, rovine. Si stropiccia gli occhi, allontana qualche mosca, indossa le sue ciabatte di plastica ed esce a sopravvivere.
Nel mondo la popolazione totale di minori sfollati si attesta su circa 49-50 milioni di bambini e adolescenti fino ai 18 anni di età. Sono coloro che vivono in condizioni di sradicamento forzato. I minori rappresentano inoltre il 40 per cento delle popolazioni sfollate a livello globale. Secondo l’Unhcr (l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati), la popolazione globale delle persone costrette a fuggire dal loro luogo di origine è di circa 120 milioni di persone, uno dei numeri più alti mai documentati nella storia contemporanea.
Le vicende geopolitiche dell’ultimo anno (alcune nuove mentre altre in corso da decenni) hanno accentuato conflitti che hanno costretto una media record di circa 35 mila bambini al giorno ad abbandonare le proprie case.
Dei 19,1 milioni di bambini che hanno varcato un confine internazionale circa 15 milioni sono sotto la protezione diretta dell’Alto Commissariato Onu per i Rifugiati; 1,7 milioni di bambini palestinesi sono registrati e assistiti sul campo e circa 2,7 milioni di minori formalmente identificati come richiedenti asilo in attesa di riconoscimento del proprio status.
Fotografo documentarista, i suoi lavori, realizzati in tutto il mondo, sono pubblicati nei più importanti magazines italiani e internazionali. Collabora con Ong per reportage editoriali in ambito cooperazione. Info: www.andreasignori.it