Idee
Ventuno volte nel 1965, 281 volte nel 2024. Tanto guadagnava, e guadagna oggi, l’amministratore delegato di una grande azienda americana rispetto a un suo dipendente. Il dato è passato sullo schermo del Teatro Verdi di Padova mercoledì 30 settembre, all’incontro “Diseguaglianze: linee invisibili che dividono il mondo”, ultimo appuntamento dell’anno di “Connessioni”, la rassegna promossa da Confindustria Veneto Est con Think About Science e condotta da Massimo Polidoro. Sul palco il politologo Vittorio Emanuele Parsi e don Dante Carraro, direttore di Medici con l’Africa Cuamm.
Ad aprire la serata, in una sala piena, la padrona di casa. «Queste diseguaglianze sono inevitabili – si è chiesta Paola Carron, presidente di Confindustria Veneto Est – o sono frutto di scelte fatte o non fatte?». E la risposta ha chiamato in causa ciascuno: «Noi come imprese cerchiamo di fare la nostra parte: creiamo lavoro, accogliamo persone. Però dobbiamo lavorare a fianco delle istituzioni e della società civile». L’obiettivo è uno: «Riflettere su che cosa ognuno di noi può fare per limare o togliere queste diversità».
Il primo nodo è stato il potere. «Quando perdono la funzione di unità di conto – ha spiegato Parsi, docente di Relazioni internazionali all’Università Cattolica di Milano e accademico dei Lincei – i soldi diventano un bene in sé, e quindi sostanzialmente un oggetto di potere». Gli ingaggi dei calciatori scandalizzano, ha ricordato, eppure sono meritati: sono loro a portare incassi, sponsor e diritti televisivi. «Mi dovete dire quale amministratore delegato – ha incalzato – con il suo operato fa una differenza di fatturato tale da giustificare quell’emolumento. Non c’è nessuno».
Il problema lo aveva già visto Tocqueville: impedire che legittime differenze di ricchezza generino illegittime differenze nei diritti e nel potere. Negli Stati Uniti la crescita economica la fanno sette colossi della tecnologia: «Se sono in sette, vuol dire che stiamo parlando di un sistema oligopolistico». E il loro legame con la politica disegna, secondo Parsi, un’oligarchia non molto diversa da quella cinese o russa. Nessuno sconto a Donald Trump, «forse la persona più corrotta che si sia mai seduta alla Casa Bianca», eppure diventato credibile come vendicatore degli ultimi. La via d’uscita? La forza dei tanti, che ha retto la democrazia e il mercato di massa. «Solo la forza del numero – ha precisato – riesce a contenere le differenze di capacità concentrate nelle mani di qualcuno». A patto di darle idee nuove: senza, i tanti restano inerti.
Don Dante, prete della Diocesi di Padova e cardiologo, la diseguaglianza la conosce dalle corsie degli ospedali africani. Ventidue dollari a testa: è quanto ha speso per la salute il Sud Sudan lo scorso anno. L’Italia? 4 mila. Un’ostetrica ogni 10 mila mamme che partoriscono. E nel 2017, quando il Cuamm è arrivato nella Repubblica Centrafricana, in tutto il Paese c’erano dieci pediatri. «Le mamme muoiono non di malattia – ha ripetuto don Dante – ma di parto, perché il parto non è una malattia». Basterebbero un cesareo o una trasfusione, se la mamma arrivasse in ospedale.
Da qui, ha raccontato, la rabbia dei giovani africani e i suoi sbocchi: i colpi di Stato, la fuga, oppure la costruzione di qualcosa. Anche sulle migrazioni ha chiesto di fare più attenzione. A Gambella, in Etiopia, il Cuamm sostiene da quasi dieci anni tre campi per rifugiati: da gennaio sono arrivate circa 100 mila persone, con servizi pensati per 15 mila. «La vera migrazione è interna all’Africa», ha spiegato, proponendo i corridoi sanitari: in Italia mancano 50 mila infermieri, in Kenya e Uganda gli operatori sanitari restano senza lavoro.
Che cosa può fare, allora, ciascuno? Parsi ha preso in prestito il rugby, «visto che siamo nella terra dei rugbisti»: si gioca fino all’ultimo minuto, e tutti e quindici insieme. «Siamo responsabili al 100 per cento di tutto quello che dipende da noi – ha aggiunto – e allo 0 per cento di tutto quello che non dipende da noi». Un invito poi alla generosità, «scelta razionale e di intelligenza sociale».
Don Dante ha usato un’altra parola: rammendo. «Arrivi a sera – ha raccontato – e senti di aver fatto quel pezzettino che spetta a te». Come con Gordon, sud-sudanese: un passato con il kalashnikov in mano, poi due anni a lavare i vetri ai semafori in Uganda. Lì don Dante l’ha incontrato e convinto a tentare la scuola per ostetriche del Cuamm a Rumbek. Tre anni dopo Gordon si è laureato, ha vinto il concorso pubblico e oggi è l’unico operatore di un centro sanitario per 20 mila persone. «Sembra prevalere il disprezzo dei poveri – ha concluso don Dante – ma l’umanità dobbiamo custodirla dentro di noi e costruirla fuori di noi».