Fatti
“Le parole sono importanti”. La frase di Nanni Moretti in Palombella rossa potrebbe stare bene anche all’ingresso dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite. Perché nei discorsi pronunciati in questi giorni a New York non conta soltanto ciò che i leader dicono, ma anche le parole che scelgono per raccontare la pace, la guerra, il proprio Paese e, soprattutto, se stessi. Mettendo a confronto 8 interventi presi in esame, la prima differenza è nella lunghezza. Si va dalle 2.332 parole di Mahmoud Abbas alle 5.152 di Donald Trump. In mezzo ci sono Lula con 2.481 parole, Khalilur Rahman con 2.618, Zelens’kyj con 3.033, Guterres con 3.412, Erdoğan con 3.655 e Netanyahu con 3.985. Il discorso di Trump è durato circa 39 minuti ed è risultato il più lungo tra quelli analizzati. Ma è quando si entra nel vocabolario che le differenze diventano più interessanti. Nel discorso di Trump, “United States” compare 51 volte, “Iran” 17, “terrorism” 13, “AI” 12, “history” e “military” 11. La sola sezione dedicata agli Stati Uniti conta 563 parole.
Il 57% dell’intervento è classificato nell’area “peace and security”.
La particolarità, però, non sta soltanto nella quantità di “peace”. Sta nel modo in cui la pace viene raccontata. Trump costruisce una contrapposizione molto semplice: da una parte chi parla, dall’altra chi agisce.
“While others have talked, I have acted. While others have spoken of peace, I have made peace”
(Mentre altri hanno parlato, io ho agito. Mentre altri hanno parlato di pace, io ho fatto la pace). È una formula che torna più volte nel discorso: l’“io” diventa il soggetto dell’azione, mentre gli “altri” vengono associati al parlare, alle promesse o all’inerzia. Ma accanto alle parole della pace ci sono anche quelle più dure. Trump definisce i cartelli della droga “the ISIS of the Western Hemisphere” (l’Isis dell’emisfero occidentale) e dice che dovrebbero essere
“killed, exiled, or detained”
(uccisi, espulsi o detenuti). Sono passaggi nei quali il linguaggio della sicurezza diventa volutamente crudo e senza mediazioni. È proprio questo accostamento a rendere particolare il discorso: pace e forza non sono presentate come parole opposte. La prima viene spesso descritta come il risultato della seconda, della capacità di agire e di far prevalere la propria volontà. Se si passa agli altri interventi, cambia il vocabolario e cambia anche il soggetto della pace. Guterres parte dal diritto internazionale.
“Peace is far more than the absence of conflict”
(La pace è molto più dell’assenza di conflitto), dice il segretario generale, che subito dopo la collega alla limitazione del potere attraverso il diritto e alla Carta dell’Onu. Il suo è un linguaggio fatto di “law”, “Charter”, dialogo e de-escalation. Erdoğan porta invece al centro soprattutto Palestina, Gaza e la crisi del sistema multilaterale. Nel suo intervento “Palestine” e “Turkey” compaiono 11 volte ciascuna, mentre “Gaza” ricorre 10 volte.
Il presidente turco arriva a sostenere che l’Onu, nata per mantenere pace e sicurezza, non sia più in grado di assolvere pienamente questa missione.
Per Zelens’kyj il vocabolario è ancora più legato alla guerra: “Russia” compare 53 volte e “Ukraine” 24. La pace viene quindi raccontata soprattutto attraverso la fine dell’aggressione e la sicurezza necessaria a impedirne il ritorno. Abbas costruisce invece il suo discorso intorno a Palestina, palestinesi, Israele, diritto internazionale e soluzione dei due Stati. Netanyahu mette al centro Israele, Iran, terrorismo e Hamas. Due racconti diversi della stessa crisi, nei quali la parola “pace” arriva accompagnata da parole molto differenti. Anche Lula sceglie un lessico più legato alla diplomazia, al multilateralismo e alla cooperazione. Rahman, presidente dell’Assemblea generale, riporta invece continuamente il discorso alla credibilità delle Nazioni Unite. La sua parola chiave è “trust”, fiducia. E la domanda che mette sul tavolo è semplice:
“Outside these walls, people are not asking whether the United Nations still exists. They are asking whether it works”
(Fuori da queste mura, le persone non si chiedono se le Nazioni Unite esistano ancora. Si chiedono se funzionino). È qui che torna utile anche il confronto tra “I” e “we”. Trump usa la prima persona per rivendicare risultati e azioni. Guterres e Rahman utilizzano l’“io” soprattutto come voce di una funzione istituzionale. Zelens’kyj lo usa anche per testimoniare una condizione vissuta dal proprio Paese. Abbas parla da rappresentante di un popolo e di una causa nazionale. Il “we”, invece, allarga il campo: può essere il governo, il popolo, lo Stato, un’alleanza o la comunità internazionale. Non è dunque il numero degli “I” a dire tutto. Conta ciò che viene dopo quel pronome. “I have made”. “I believe”. “We must”. “We will”. La grammatica diventa politica: un verbo può trasformare la prima persona in un soggetto che rivendica, testimonia, promette o chiama all’azione. E anche le parole più dure hanno un peso. Nei discorsi compaiono
“war”, “terrorism”, “threat”, “force”, “enemy”, “attack”. Non sono semplicemente termini legati ai conflitti: servono a definire amici, avversari, responsabilità e priorità. La pace viene così costruita anche attraverso ciò che viene indicato come minaccia.
Alla fine, però, rimane una parola che attraversa quasi tutti gli interventi: “peace”. Cambia il contesto, cambia il soggetto, cambia il significato politico. Per Guterres è inseparabile dal diritto; per Trump dall’azione e dalla forza; per Zelens’kyj dalla sicurezza dell’Ucraina; per Abbas dalla nascita di uno Stato palestinese; per Netanyahu dalla sicurezza di Israele; per Erdoğan dalla Palestina e dalla riforma del sistema internazionale; per Lula dalla diplomazia; per Rahman dalla capacità dell’Onu di tornare credibile. E nel discorso italiano arriva una formula che sembra quasi rispondere a tutte queste diverse declinazioni. Antonio Tajani, il 24 settembre, ha detto:
“Against the law of the strongest, we choose the strength of the law. Against the politics of force, we choose the strength of politics”
(Contro la legge del più forte, scegliamo la forza della legge. Contro la politica della forza, scegliamo la forza della politica). Poco prima aveva ricordato anche le parole di Leone XIV:
non dobbiamo abituarci alla guerra,
perché prima ci si abitua alle parole, poi alle immagini e infine alle vittime. Le parole non vengono dopo la realtà. In qualche modo, la preparano. Resta però una domanda semplice:
chi fa la pace?
Il leader che dice “io”? Il popolo che diventa “noi”? Le istituzioni internazionali? Oppure una comunità di Stati capace di trovare regole comuni?
Dire “pace” è facile. Molto più difficile è dire chi, attraverso quel “io” o quel “noi”, è disposto a costruirla.