Fatti
Leone XIV arriverà in Perù mercoledì 11 novembre, ultima tappa del viaggio apostolico iniziato il 6 in Uruguay e proseguito in Argentina. Fino al 16 novembre il Papa sarà a Lima, a Chiclayo, la diocesi che ha guidato da vescovo, a Cusco e a Pucallpa, in Amazzonia, dove il programma prevede l’incontro con i missionari e con i rappresentanti dei popoli amazzonici. In vista della visita il Sir ha intervistato Tania Pariona Tarqui, dirigente quechua nata nella regione di Ayacucho e segretaria esecutiva del Coordinamento nazionale per i diritti umani (Cnddhh), la rete che riunisce le organizzazioni peruviane per i diritti umani.
Lei lavora da molti anni accanto alle comunità indigene. Quali sono oggi le principali difficoltà che queste comunità affrontano nella vita quotidiana?
Ritengo che uno dei problemi principali continui a essere la disuguaglianza storica e strutturale. Noi popoli indigeni continuiamo ad affrontare grandi divari nell’accesso, in condizioni di parità, a diritti fondamentali come la salute, l’istruzione, l’acqua, la casa, la giustizia, la connettività e le opportunità economiche. Persistono anche il razzismo e la discriminazione. Molte persone indigene continuano a essere trattate in modo umiliante ed escludente per la loro origine, per il modo di vestire, per i loro cognomi o perché parlano quechua, aimara o un’altra lingua indigena. Questo si manifesta nei servizi pubblici, nell’istruzione, nella giustizia e anche negli spazi di partecipazione politica e nei processi decisionali.
Quanto è cambiata, negli ultimi anni, la capacità dei popoli indigeni di far sentire la propria voce davanti alle istituzioni e nella società peruviana?
Credo che negli ultimi anni ci sia stato un cambiamento importante. Noi popoli indigeni abbiamo rafforzato molto la nostra capacità di organizzarci, di fare rete e di incidere nel dibattito pubblico. Oggi esistono organizzazioni indigene locali, regionali e nazionali con più esperienza nel presentare proposte, partecipare ai processi di consultazione, difendere i propri territori e portare le proprie richieste nel dibattito pubblico. Tuttavia, avere più capacità di alzare la voce non significa necessariamente essere più ascoltati. Continua a esserci un’enorme distanza tra le richieste dei popoli indigeni e le decisioni che prendono le istituzioni pubbliche. Molte volte le organizzazioni vengono chiamate a partecipare o a dialogare, ma le loro proposte non si traducono necessariamente in politiche pubbliche, stanziamenti o decisioni concrete.
Quali sono oggi le questioni più urgenti per le comunità quechua e, in generale, per i popoli originari del Perù: terra, acqua, istruzione, salute, tutela della cultura?
Credo che sia difficile separare terra, acqua, salute, istruzione o cultura, perché per i popoli indigeni questi diritti sono profondamente legati. E lo abbiamo sentito di nuovo, di recente, negli incontri macroregionali che abbiamo organizzato come Coordinamento nazionale per i diritti umani in Amazzonia, nel nord e nel sud del Paese. Una prima priorità è la sicurezza e la tutela dei territori. Per molte comunità restano ancora da completare la titolazione e la regolarizzazione delle terre e, allo stesso tempo, i territori affrontano nuove pressioni dovute ad attività estrattive, attività minerarie e disboscamento illegali, traffico di terre e altre economie illegali. In molti casi le comunità sentono che chi minaccia i loro territori avanza più rapidamente della capacità dello Stato di proteggerle. Una seconda urgenza è l’acqua. È stato un tema trasversale nei tre incontri. Nel sud le comunità ci hanno detto che l’acqua sta diminuendo e che l’inquinamento delle fonti idriche minaccia l’agricoltura familiare e la sovranità alimentare. Nel nord abbiamo trovato preoccupazione per la scarsità d’acqua per il consumo e per l’agricoltura, per i danni alle sorgenti dei bacini idrografici e per l’impatto delle attività estrattive. E in Amazzonia l’inquinamento dei fiumi causato da sversamenti di petrolio, attività minerarie illegali e altre attività colpisce direttamente l’alimentazione, la salute e la vita delle comunità. Un’altra preoccupazione molto forte è la protezione di chi difende i territori e i diritti collettivi. Negli incontri abbiamo ascoltato testimonianze di minacce, stigmatizzazione e criminalizzazione di dirigenti, leader e difensori. In Amazzonia, inoltre, le economie illegali e la criminalità organizzata stanno creando situazioni di enorme rischio. Difendere la foresta, il fiume o il territorio può significare mettere in pericolo la propria vita.
Nel suo lavoro incontra soprattutto donne e giovani delle comunità indigene. Quali sono le loro principali preoccupazioni e quali opportunità chiedono per il futuro?
Nel caso delle donne indigene, una preoccupazione centrale continua a essere la violenza nelle sue diverse forme, insieme alle difficoltà di accedere a protezione e giustizia, soprattutto nei territori rurali e amazzonici. Nei nostri incontri abbiamo anche ascoltato con grande preoccupazione la situazione delle bambine e delle adolescenti indigene di fronte alla violenza sessuale e alla tratta, e la mancanza di risposte tempestive e culturalmente adeguate da parte dello Stato. Nel caso dei giovani indigeni, una delle principali preoccupazioni è poter costruire un progetto di vita senza che questo significhi necessariamente abbandonare le proprie comunità o rinunciare alla propria identità. Molti giovani emigrano perché nei loro territori non trovano opportunità di istruzione superiore, lavoro, connettività o sviluppo economico.
Quanto è importante preservare la lingua, le tradizioni e l’identità culturale senza isolare le comunità dai cambiamenti economici e sociali del Paese?
Per me preservare la lingua, le tradizioni e l’identità culturale è fondamentale, perché fanno parte di ciò che siamo e del nostro modo di comprendere il mondo. Nella mia esperienza di donna quechua, la lingua non è soltanto uno strumento per comunicare: attraverso di essa trasmettiamo conoscenze, affetti, memoria, modi di relazionarci con la comunità, ed è anche una forma di rivendicazione politica. Per molto tempo si è diffusa l’idea che per progredire bisognasse smettere di parlare quechua, cambiare modo di vestire, allontanarsi dalla comunità o nascondere la propria identità indigena. Questo ha generato discriminazione e anche la perdita di lingue e di conoscenze. Per questo, per me, il vero sviluppo dovrebbe permettere esattamente il contrario: che una persona possa accedere all’università, usare le nuove tecnologie, partecipare all’economia, viaggiare o esercitare una professione e, allo stesso tempo, continuare a parlare la propria lingua, mantenendo i propri legami comunitari e sentendosi orgogliosa della propria identità.
Che ruolo possono svolgere la Chiesa e le comunità religiose nell’accompagnare i popoli indigeni e nel promuovere il dialogo, la riconciliazione e la difesa dei loro diritti?
Credo che la Chiesa e le comunità religiose possano svolgere un ruolo molto importante, soprattutto perché in molti territori indigeni hanno una presenza storica e vicina alle comunità, anche in luoghi dove la presenza dello Stato è molto debole. Negli incontri macroregionali che abbiamo organizzato come Coordinamento nazionale per i diritti umani è emersa proprio una richiesta molto chiara: che le Chiese camminino insieme ai popoli e non restino in silenzio di fronte alle ingiustizie. Un primo ruolo è l’accompagnamento e l’ascolto. Le Chiese possono creare spazi sicuri in cui le comunità, le vittime, le donne, i giovani e chi difende i territori possano essere ascoltati. In contesti di conflitto o di forte polarizzazione possono anche contribuire a gettare ponti, facilitare il dialogo e aiutare a ricostruire la fiducia. Un secondo ruolo è la difesa della dignità e dei diritti umani. Ci aspettiamo che le Chiese alzino la voce quando i difensori indigeni vengono minacciati o uccisi, quando si inquinano i fiumi e i territori, quando le comunità vengono spogliate delle loro terre o quando bambine e donne indigene subiscono violenza. La loro autorità morale può contribuire a far sì che situazioni che restano invisibili arrivino alla società e a chi prende le decisioni. Hanno anche un ruolo importante nei processi di memoria, giustizia, riparazione e riconciliazione. Ma credo che dobbiamo essere molto chiari: non può esserci una vera riconciliazione basata soltanto sul dimenticare o sul voltare pagina. La riconciliazione richiede il riconoscimento di quanto è accaduto, verità, giustizia, riparazione e garanzie che le violazioni non si ripetano. Accompagnare i popoli richiede di ascoltare anche le richieste di giustizia quando ci sono abusi commessi all’interno di istituzioni religiose, di riconoscere le responsabilità e di contribuire a processi di riparazione efficaci. Per questo, ciò che ci aspettiamo dalle Chiese e dalle comunità religiose è una presenza vicina, coerente e impegnata per la dignità umana: accompagnare chi soffre, contribuire al dialogo e alla pace, difendere la vita e i territori e prestare la propria voce per amplificare, non sostituire, la voce degli stessi popoli indigeni.
In vista della visita di Papa Leone XIV, che cosa le piacerebbe che il Santo Padre comprendesse direttamente della realtà delle comunità indigene peruviane?
Mi piacerebbe che Papa Leone XIV potesse comprendere, prima di tutto, che noi popoli indigeni del Perù siamo popoli vivi, con dignità, memoria, organizzazione e proposte per il futuro del Paese. Non vogliamo essere visti soltanto a partire dai nostri bisogni o come popolazioni vulnerabili, ma come soggetti collettivi di diritti e attori fondamentali nella costruzione di una società più giusta. Nel caso dei popoli quechua e delle comunità del sud, vorrei che comprendesse anche che esistono ferite storiche che hanno ancora bisogno di verità, giustizia e riparazione: le gravi violazioni dei diritti umani avvenute durante il conflitto armato interno, le sterilizzazioni forzate che hanno colpito soprattutto le donne di lingua quechua e, più recentemente, le vittime delle proteste del 2022 e del 2023. Sono ferite che restano presenti nelle famiglie e nelle comunità e che il Paese ha ancora bisogno di affrontare. Ma vorrei che il Papa non trovasse soltanto dolore e richieste. Che possa vedere anche l’enorme forza dei nostri popoli: comunità che continuano a organizzarsi, donne che difendono l’acqua e la vita, giovani che recuperano le loro lingue e la loro identità, difensori che proteggono le foreste e i territori, e popoli che mantengono viva una relazione di cura e di reciprocità con la natura.
Se potesse far arrivare al Papa una sola richiesta o una sola testimonianza delle comunità con cui lavora, quale sceglierebbe?
Gli chiederei di alzare la voce per la dignità e la vita dei nostri popoli: per le famiglie che ancora cercano verità, giustizia e riparazione; per le comunità indigene che difendono i loro territori, i fiumi e le foreste dall’inquinamento e dalle economie illegali; e per chi subisce l’esproprio delle proprie terre, la criminalizzazione e perfino la morte per averle difese. Che queste voci siano ascoltate da chi prende le decisioni, perché non ci sarà vera riconciliazione senza memoria e giustizia, né potremo prenderci cura della Casa comune senza proteggere i popoli che da generazioni si prendono cura della terra, dell’acqua e della vita.