Chiesa
”Il cristiano è chiamato ad essere strumento di pace, amore e riconciliazione, affinché la vera pace possa prevalere tra tutti i popoli”. Lo ha detto Leone XIV, salutando, al termine dell’udienza di oggi, i fedeli di lingua araba, e in particolare quelli provenienti dal Medio Oriente. Nella catechesi, pronunciata in una piazza San Pietro ancora una volta gremita di fedeli, il Papa si è soffermato ancora una volta sul secondo capitolo della Lumen Gentium, dedicato alla Chiesa come popolo di Dio”
“Tutti facciamo il nostro ingresso nella Chiesa come laici”,
ha esordito prendendo a prestito le parole di Papa Francesco: “Il primo sacramento, quello che suggella per sempre la nostra identità, e di cui dovremmo essere sempre orgogliosi, è il battesimo”. Il sacerdozio comune dei fedeli, ha ricordato Leone XIV, viene donato con il battesimo, che ci abilita a rendere culto a Dio in spirito e verità e a “professare pubblicamente la fede ricevuta da Dio mediante la Chiesa”. Inoltre, attraverso il sacramento della Confermazione o Cresima, tutti i battezzati “vengono vincolati più perfettamente alla Chiesa, sono arricchiti di una speciale forza dallo Spirito Santo e in questo modo sono più strettamente obbligati a diffondere e a difendere la fede con la parola e con l’opera, come veri testimoni di Cristo . Questa consacrazione sta alla radice della comune missione che unisce i ministri ordinati e i fedeli laici”.
“Tutti noi formiamo il santo popolo fedele di Dio”,
si legge infatti nella Lumen Gentium. L’esercizio del sacerdozio regale “avviene in molti modi, tutti tesi alla nostra santificazione, anzitutto partecipando all’offerta dell’Eucaristia”: “mediante la preghiera, l’ascesi e la carità operosa testimoniamo così una vita rinnovata dalla grazia di Dio”. Come sintetizza il Concilio, “l’indole sacra e la struttura organica della comunità sacerdotale vengono attuate per mezzo dei sacramenti e delle virtù”: i padri conciliari insegnano poi che “il popolo santo di Dio partecipa anche della missione profetica di Cristo”.
”La Chiesa, come comunione dei fedeli che include ovviamente i pastori, non può errare nella fede”,
ha affermato il Papa, soffermandosi sul significato del “sensus fidei” e dell’infallibilità del Pontefice: “l’organo di questa sua proprietà, fondato sull’unzione dello Spirito Santo, è il soprannaturale senso della fede di tutto il popolo di Dio, che si manifesta nel consenso dei fedeli”. Il sensus fidei, ha spiegato Leone XIV, “è come una facoltà di tutta la Chiesa, grazie alla quale essa nella sua fede riconosce la rivelazione tramandata, distinguendo tra il vero e il falso nelle questioni di fede, e contemporaneamente penetra in essa più profondamente e più pienamente l’applica nella vita”. Il senso della fede, quindi,”appartiene ai singoli fedeli non a titolo proprio, ma quali membra del popolo di Dio nel suo insieme”: Lumen gentium “concentra l’attenzione su quest’ultimo aspetto e lo mette in relazione all’infallibilità della Chiesa, a cui inerisce, servendola, quella del Romano Pontefice”. “La totalità dei fedeli – ha garantito il Papa – non può sbagliarsi nel credere e manifesta questa sua proprietà particolare mediante il senso soprannaturale della fede di tutto il popolo, quando dai vescovi fino agli ultimi fedeli laici esprime l’universale suo consenso in materia di fede e di morale”.
“Ciascun battezzato è soggetto attivo di evangelizzazione, chiamato a dare coerente testimonianza di Cristo secondo il dono profetico che il Signore infonde a tutta la sua Chiesa”,
l’invito di Leone. Lo Spirito Santo, che ci viene da Gesù Risorto, dispensa “tra i fedeli di ogni ordine grazie speciali con le quali li rende adatti e pronti ad assumersi vari incarichi e uffici utili al rinnovamento e alla maggiore espansione della Chiesa”, la citazione del documento conciliare. “Una dimostrazione peculiare di tale vitalità carismatica è offerta dalla vita consacrata, che continuamente germoglia e fiorisce per opera della grazia”, ha osservato il Papa, secondo il quale “anche le forme associative ecclesiali sono esempio luminoso della varietà e della fecondità dei frutti spirituali per l’edificazione del Popolo di Dio”. “Risvegliamo in noi la consapevolezza e la gratitudine di aver ricevuto il dono di far parte del popolo di Dio, e anche la responsabilità che questo comporta”, l’esortazione finale.