Idee
L’Europa non può più permettersi di essere soltanto un grande mercato, un insieme di regole e istituzioni frenato dagli interessi e dai veti nazionali. Deve diventare al più presto un soggetto capace di decidere, difendere i propri valori e incidere sugli equilibri mondiali. È la tesi centrale che Paolo Gentiloni condensa nelle pagine del suo ultimo libro, Diventare una potenza. Istruzioni per una rivoluzione europea (Rizzoli).
L’ex premier e già Commissario europeo per gli affari economici e monetari è stato ospite nei giorni scorsi della libreria Palazzo Roberti, a Bassano del Grappa, e poi a Padova, nella sala Paladin di Palazzo Moroni, dove ha dialogato con i lettori sulla necessità di ripensare il ruolo dell’Europa in un mondo attraversato da guerre e nuove rivalità geopolitiche. «L’Europa è il peggior continente in cui nascere, a eccezione di tutti gli altri. Oggi per chi ha a cuore il futuro dell’Europa è fondamentale rimanere aggrappati all’Unione Europea – ha spiegato l’ex premier italiano, parafrasando la celebre battuta di Winston Churchill – I rischi per la tenuta europea sono enormi, ci sono forze potenti che remano contro. In forme addirittura inaudite, come quelle nostalgiche del nazismo in Germania. Ma rimango comunque ottimista. Qual è stato finora il colpo più duro inferto dal nazionalismo all’UE? La Brexit, ma sappiamo come sono andate le cose per il Regno Unito e oggi c’è chi ipotizza un referendum per rientrare in Europa».
La guerra in Ucraina, la minaccia reale rappresentata dalla Russia di Vladimir Putin, il mutamento dell’atteggiamento degli Stati Uniti sotto Donald Trump e la crescente competizione con la Cina mostrano l’urgenza di un cambio di passo nella capacità d’azione e di reazione dell’Unione. «Ho conosciuto Donald Trump durante il G7 di Taormina nel 2017 e già allora mi aveva colpito il suo modo di considerare le organizzazioni internazionali: si chiedeva ironicamente che cosa fossero, chi comandasse e chi decidesse. Tuttavia, Trump dice con brutalità ciò che gli Stati Uniti teorizzano da lungo tempo: il disimpegno americano dall’Europa. Questo disimpegno è già in atto. Ma c’è di più: l’ideologia Maga punta a smantellare l’Unione Europea. Perché? Perché, se sei un nazionalista, l’Europa rappresenta l’esatto opposto dei tuoi obiettivi: è l’Europa dello Stato di diritto, della tutela delle minoranze, del multilateralismo e della cooperazione. Quando incontrai successivamente Trump alla Casa Bianca, fu lui stesso a dirmi, per forzare il ragionamento nel corso del nostro dibattito, che l’Italia avrebbe dovuto cambiare nome e diventare “Italianistan”, viste le politiche degli Stati europei in tema di immigrazione. Anche dopo Trump le cose non cambieranno, almeno per quanto riguarda l’atteggiamento degli Stati Uniti verso l’Europa. Gli americani se ne andranno progressivamente dall’Italia, dal Veneto e dall’Europa, lo diceva già il presidente Barack Obama. La loro priorità strategica è la Cina, è il Pacifico: gli europei devono farsi carico della propria difesa».
Quali sono, dunque, i passi in avanti che secondo l’ex premier italiano l’Europa deve compiere per diventare una potenza? «Innanzitutto, la difesa comune; poi, una politica economica comune; infine, il superamento del diritto di veto. Pensiamo a ciò che ha comportato il diritto di veto nelle ultime questioni relative al Medio Oriente: ha sostanzialmente paralizzato la politica dell’Unione Europea. L’Europa è rimasta completamente assente, senza una posizione comune su quella che è una delle più grandi questioni politiche internazionali degli ultimi decenni. L’altra grande sfida è costruire una politica economica comune, partendo dalle emissioni di debito comune, che oggi esistono, ma sono marginali. Non possiamo continuare ad avere una politica monetaria comune e 27 politiche economiche e fiscali differenti. Noi abbiamo una Banca centrale europea, ma dovremmo avere anche un Tesoro europeo. Credo che, nei prossimi dieci o vent’anni, le economie europee si troveranno ad affrontare sfide enormi, che riguarderanno la tenuta stessa della finanza pubblica, a partire dalla demografia».
Un messaggio anche per le classi dirigenti cattoliche, che nell’europeismo hanno costruito una parte centrale della politica estera dei grandi Paesi europei. «Se nei prossimi mesi non riusciremo a compiere passi avanti concreti nell’integrazione europea, esisterà oggettivamente il rischio di mettere a repentaglio ciò che abbiamo già costruito. Oggi l’Europa è come la Sagrada Familia: un’opera incompiuta, che deve essere portata avanti e completata».