Fatti
“Si parla di tregua, ma in realtà non ci si ferma mai, né da una parte né dall’altra. Capisco che il Libano voglia difendersi, così come comprendo che Israele rivendichi la propria sicurezza. Tuttavia, questo non è il modo di procedere. Si continua a distruggere i villaggi del sud e a colpire ciò che è essenziale per la vita della popolazione”. E’ mons. César Essayan, vicario apostolico di Beirut dei Latini, a lanciare l’ennesimo grido d’allarme da un Libano provato. Il presule interverrà sabato 16 maggio all’assemblea annuale dei soci di Banca Etica, in programma all’Auditorium Orfeo Tamburi della Mole Vanvitelliana di Ancona, portando la sua testimonianza sulla crisi in Libano, sulle prospettive di pace e sul bisogno di una “finanza disarmata”. Interpellato dal Sir, racconta di un ultimo attacco di Israele:
è stata colpita una centrale idrica nel villaggio di Deir Mimas, lasciando l’intero villaggio senza acqua potabile.
“Lì abbiamo la nostra comunità e, fin dall’inizio del conflitto, tutti si sono mobilitati per aiutare”, racconta il presule, “in particolare le agenzie e le organizzazioni legate alla Chiesa e altre realtà, che hanno cercato di fornire il carburante necessario per far funzionare i generatori e garantire l’approvvigionamento idrico. Sono stati installati anche pannelli solari proprio per assicurare l’acqua al villaggio. Questi pannelli sono stati colpiti, impedendo nuovamente l’accesso all’acqua. A questo punto è evidente che qualcosa non funziona. Perché accada tutto questo non lo sappiamo, ma la realtà è che tutto continua a essere bersaglio di attacchi”. Mons. Essayan parla di un Libano intrappolato in una morsa micidiale, stretto tra Israele, che invoca la propria sicurezza e continua a colpire il Libano, e l’Iran, che utilizza Hezbollah per attaccare Israele. “In mezzo ci siamo noi che ne paghiamo le conseguenze”. Gli sfollati hanno superato la soglia del milione mentre si parla di circa 3.000 morti e 10.000 feriti.
Quanto pesa il ruolo della finanza nelle guerre e sul destino di un popolo?
Il Libano non è estraneo a queste dinamiche, anche se non sempre in modo diretto: ne è stato coinvolto nel corso degli anni, soprattutto durante le guerre interne. In quei contesti, anche Hezbollah — come altri attori — ha avuto bisogno di finanziare la propria struttura e le proprie attività. Non si tratta solo di acquistare armi, ma anche di sostenere addestramento, stipendi e organizzazione: è un sistema molto complesso che inevitabilmente incrocia fenomeni illegali come traffico di droga, prostituzione e riciclaggio di denaro. A tutto ciò si aggiungono le connessioni internazionali: ogni gruppo può sviluppare legami economici e canali di finanziamento in diversi Paesi, sfruttando mercati e opportunità globali. Quanto tutto questo sia verificabile in dettaglio è difficile da stabilire, ma è certo che nell’epoca della globalizzazione i mercati sono interconnessi.
Quindi, la pace passa anche attraverso una finanza realmente etica?
Certamente. Tuttavia, bisogna interrogarsi su cosa significhi davvero oggi “finanza etica”. Da un lato, assistiamo a un crescente controllo sui cittadini che in realtà – e questo è un paradosso – non rappresentano una minaccia, eppure, sono sottomessi a limitazioni riguardo all’uso del contante, monitoraggio delle transazioni, all’obbligo di utilizzo di strumenti tracciabili. Dall’altro lato esistono grandi attori che detengono il potere economico e politico e che operano indisturbati nei mercati delle armi e della violenza. Mentre la maggioranza della popolazione lavora e paga il prezzo di queste dinamiche, queste élite sono spesso protette proprio dal loro stesso potere. Quando parliamo di finanza etica, a chi ci riferiamo davvero? Ai cittadini, già sottoposti a controlli stringenti, o a una trasformazione più profonda che riguarda i grandi flussi economici, la produzione e il commercio delle armi?
Come rompere questa catena?
Forse il punto centrale è un altro: serve prima di tutto una politica etica che sappia ritrovare il senso autentico del servizio al bene comune e alla persona umana, promuovendo la dignità e il valore di ogni individuo. Non può esistere un benessere costruito sulla sofferenza degli altri.
Ma in una situazione come quella attuale, lei crede davvero possibile una politica così?
Che io ci creda o meno è un discorso secondario. Avevo 13 anni quando è iniziata la guerra civile in Libano e, come molti altri nel mio Paese, è l’unica realtà che ho conosciuto. Spesso ci chiediamo persino se saremo capaci di vivere in un Paese finalmente in pace.
E sentiamo il dovere di restare fedeli a questa vita. Per questo continueremo a lottare. Che la pace sia un’utopia o meno è un’altra questione; noi andiamo avanti comunque, perché crediamo che ogni vita valga la pena di essere vissuta e salvaguardata. E ci impegniamo per renderla più bella, per darle speranza, indipendentemente dal fatto che si arrivi o meno a una soluzione definitiva.