Idee | Pensiero Libero
La Festa della mamma, che celebriamo questa domenica tra i colori della primavera, non è solo un rito di gratitudine o una consuetudine commerciale. È, in profondità, l’occasione per misurare la temperatura sociale e psicologica di una figura che, nel corso dei secoli, ha subìto metamorfosi radicali, pur restando il cardine dell’esperienza umana.
Le radici di questa celebrazione affondano in un passato remoto, dai culti pagani di Rea e Cibele fino alla moderna istituzione di Anna Jarvis negli Stati Uniti d’inizio Novecento. In Italia, la festa ha trovato la sua forma definitiva negli anni Cinquanta, oscillando tra la celebrazione religiosa della Vergine e quella civile della donna come pilastro della famiglia. Tuttavia, se la storia ci consegna un’iconografia spesso idealizzata, la realtà del 2025-2026 ci restituisce un’immagine molto più complessa: quella della “madre equilibrista”.
Oggi, in Italia, essere madre significa abitare un paradosso. Da un lato, la maternità è celebrata come il valore supremo; dall’altro, i dati sulla denatalità (con un nuovo minimo storico sotto i 370 mila nati) e le difficoltà di conciliazione tra lavoro e cura raccontano una storia di solitudine. Le madri italiane sono tra le più “anziane” d’Europa al primo figlio e spesso si trovano a dover scegliere tra carriera e famiglia, in un sistema di welfare che fatica a tenere il passo dei tempi. La pressione sociale è raddoppiata: non basta più essere una madre presente, bisogna essere una “supermamma” performante, atletica, tecnologicamente aggiornata e professionalmente impeccabile.
È in questo scenario di ansia da prestazione che le parole dello psicoterapeuta Osvaldo Poli risuonano come un necessario richiamo alla realtà. Poli, da anni impegnato nell’analisi delle dinamiche familiari, invita a scardinare il senso di colpa che attanaglia le donne, poiché si tende ad attribuire a loro tutte le cause dei fallimenti dei figli. Secondo Poli, inoltre, uno dei grandi errori della pedagogia moderna è l’eccesso di “comprensività”, che trasforma le madri in servitrici dei bisogni emotivi dei figli, anziché in guide autorevoli. «Amare il figlio non significa assecondarlo, ma amare la verità più del figlio stesso», sostiene Poli e questo significa avere il coraggio di dire dei “no” che aiutino il bambino a crescere, uscendo da quel narcisismo primordiale che lo fa sentire il centro del mondo. La madre, nella visione di Poli, non deve essere perfetta, ma vera. Deve saper mostrare il proprio limite e la propria stanchezza, perché è proprio attraverso il riconoscimento del limite della madre che il figlio impara a rispettare l’altro e a diventare adulto. L’amore materno, dunque, non è solo accudimento, ma «cuore etico»: la capacità di traghettare il figlio verso l’autonomia, anche a costo di sembrare, momentaneamente, meno amabile.
Questa complessità è da sempre ispirazione della grande letteratura. Pier Paolo Pasolini, nella sua struggente Supplica a mia madre, scrive: «Tu sei la sola al mondo che sa, del mio cuore, / ciò che è stato sempre, prima d’ogni altro amore». Qui la madre è depositaria dell’identità profonda del figlio, l’unica radice che resiste alle intemperie dell’esistenza. Allo stesso tempo, scrittrici come Natalia Ginzburg nel Lessico famigliare o Elsa Morante ne La Storia ci hanno mostrato madri fatte di carne, fatica e quotidiana resistenza. La letteratura ci ricorda che non esiste un unico modo di essere madre: esiste la tenerezza, ma esiste anche la rabbia, il sacrificio e, soprattutto, la perseveranza.
Celebrare la Festa della mamma oggi, dunque, significa fare un atto di giustizia: smettere di chiedere alle madri di essere eroine e iniziare a considerarle persone. Significa liberarle dal peso dell’infallibilità, e onorare quella «forza nella debolezza» cantata dai poeti. La sfida per il futuro è costruire una società in cui la maternità non sia un atto di coraggio isolato, ma una scelta sostenuta dalla comunità, affinché quel «cuore etico» possa continuare a educare i cittadini di domani con serenità e verità.