Fatti
Si stanno facendo progressi per la proibizione nel nostro Paese delle sostanze perfluoroalchiliche (Pfas), soprattutto nelle acque potabili? Per rispondere è necessario ricordare che l’Italia è tra i Paesi europei più contaminati da questi composti chimici, e che «negli ultimi anni un passo avanti è stato fatto, ma esiguo», ha dichiarato Michela Piccoli, portavoce delle Mamme No Pfas.
È opportuno mettere in luce che dal 12 gennaio 2026 è entrata in vigore pienamente in Italia la Direttiva europea sulle acque potabili (2020/2184) dove per la prima volta, la pericolosità dei Pfas per la salute umana si traduce in precise prescrizioni normative. Nello specifico la direttiva prevede innanzitutto un valore limite di 100 nanogrammi per litro per la somma di venti tipi di Pfas e che gli Stati membri debbano monitorare i livelli di queste sostanze nell’acqua potabile, al fine di conformarsi alle nuove restrizioni imposte dall’Ue. Sono inoltre tenuti a informare la Commissione sui risultati ottenuti, inclusi i dati relativi ai superamenti dei valori limite, agli incidenti e alle eventuali deroghe concesse. Se i livelli superano le soglie consentite gli Stati dell’Unione devono intervenire subito per tutelare la salute dei cittadini e informare la popolazione.
In un primo momento l’Italia ha fatto un passaggio ulteriore rispetto alla Direttiva europea: è stata implementata nell’ordinamento nazionale con i Decreti legislativi 18/2023 e 102/2025, introducendo limiti aggiuntivi. Nella somma dei Pfas, soggetta al limite consentito di 100 ng/l, sono stati inclusi altri quattro contaminanti (GenX, Adona, C6O4, 6:2 Fts) e sei molecole Adv. In tutto nel nostro Paese sarebbero state 30 le sostanze della famiglia dei Pfas con dei chiari limiti di presenza nelle acque potabili. Questo numero è stato tuttavia rivisto a fine dicembre con la Legge di bilancio, quando il Governo italiano ha fatto un passo indietro, introducendo una proroga di sei mesi sull’attuazione di due misure restrittive già approvate: il limite di 20 ng/L per i quattro Pfas più pericolosi (Pfoa, Pfos, Pfna, Pfhxs), indicati dall’Autorità europea per la sicurezza alimentare (Efsa) come maggiormente preoccupanti sotto il profilo sanitario. Inoltre la proroga riguarda il monitoraggio di sei molecole Adv, oggetto di produzione della Solvay, una nota multinazionale della chimica.
Michela Piccoli, sul provvedimento del Governo italiano, pone alcune domande retoriche: «Perché chiedere una proroga quando la conoscenza del problema è chiara da anni? Questi sei mesi sono il tempo che serve alle aziende che usano queste sostanze per utilizzarle tutte e liberarsene in fretta?». Continua asserendo che così facendo «stiamo agevolando le aziende produttrici, per un motivo economico che va a loro favore. In questo i cittadini passano in secondo piano, continuando in silenzio ad ammalarsi e a morire».
Anche per Claudia Marcolungo, docente di diritto dell’ambiente all’Università di Padova, «principalmente la proroga delle quattro sostanze indicate dall’Efsa non ha alcuna ragione d’essere in quanto la loro limitazione risponde a esigenze di salute pubblica, accertate da studi già presenti da tempo, da metodologie di analisi ormai consolidate e da rilevamenti che sono databili, almeno a livello delle istituzioni pubbliche, a partire dal 2013 (se non qualche anno prima per certi istituti). È un vulnus del dovere pubblico di tutela della salute della popolazione».
«L’Italia si era messa sulla buona strada, ora torna indietro – sostiene l’eurodeputata di Avs, Cristina Guarda – Anche se 100 ng/l è un valore alto, scientificamente inadeguato per proteggere la salute umana».