Marcinelle, la ferita che non si chiude: la memoria dei minatori nelle parole di mons. Bettoni
La tragedia di Marcinelle continua a parlare al presente. Mons. Giovanni Battista Bettoni, già responsabile delle Missioni cattoliche italiane in Belgio, ricorda la fraternità dei minatori, il ruolo delle missioni italiane e il valore di una memoria che difende dignità, lavoro e migrazioni
20020808 - MARCINELLE, BELGIO- MARCINELLE, TREMAGLIA COMMEMORA TRAGEDIA IN MINIERA 46 ANNI FA VI PERIRONO 262 MINATORI, TRA CUI 136 ITALIANI- In una immagine d'epoca, vigili del fuoco belgi leggono i quotidiani con i resoconti della tragedia di Marcinelle, la miniera in cui l'8 agosto del 1956 morirono 262 minatori di cui 136 italiani. Il presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi ha conferito la Medaglia d'Oro al Merito Civile alla memoria di ognuno dei 136 minatori italiani che l'8 agosto 1956 persero la vita nella terribile sciagura della miniera di carbone causata da una esplosione di gas in galleria. ANSA- CD
Marcinelle non è soltanto un luogo della memoria: è una ferita che continua a respirare, un punto in cui la storia del lavoro, della migrazione e della dignità umana si intrecciano in modo indelebile. Chi ha vissuto in Belgio, come mons. Giovanni Battista Bettoni – dapprima cappellano degli emigranti a Seraing dal 1983 al 1997, poi coordinatore delle Missioni cattoliche italiane del Benelux e oggi parroco nella diocesi di Bergamo – sa che quella miniera non appartiene solo al passato. È “un richiamo che torna, anno dopo anno, come una voce che chiede di non essere dimenticata. Perché dimenticare Marcinelle significa dimenticare la vita di 262 uomini, di cui 136 italiani, che quel giorno non sono più risaliti in superficie”, dice.
Il lavoro in miniera “non era soltanto fatica: era una condizione esistenziale”.
Laggiù, a più di mille metri sottoterra, “si diventava un corpo solo. Non c’erano differenze, non c’erano gerarchie: il nero della polvere copriva tutto, e l’unica cosa che restava visibile erano i denti bianchi”. In quella oscurità, racconta, nasceva una fraternità fatta di uno “stesso senso di appartenenza, stessa cura reciproca, stessa consapevolezza che la vita dell’altro dipende anche da te”.
Mons. Bettoni arrivò in Belgio nel 1983, quando le miniere stavano ormai chiudendo. Eppure ebbe la possibilità di scendere a 1.200 metri durante un turno di lavoro in una delle ultime ancora attive:. “ricordo il rumore dei martelli pneumatici, il calore, l’odore della terra viva. Ricordo soprattutto gli sguardi dei minatori: uomini che avevano dato tutto alla miniera, e che dalla miniera avevano ricevuto tutto, nel bene e nel male”. Alcuni di loro li ha accompagnati negli ultimi anni della vita, segnati dalla silicosi: “Camminavano lentamente, come se ogni passo fosse un debito pagato alla polvere respirata per decenni. La silicosi non ti lascia tregua: ti toglie il respiro, ti costringe a rincorrerlo per tutta la vita”.
Accanto ai minatori, un ruolo decisivo lo ebbero le Missioni cattoliche italiane. La comunità italiana, spiega il sacerdote, “trovava sostegno nelle missioni: luoghi di fede, certo, ma anche di aiuto sociale, di orientamento, di lingua, di tradizioni”. La missione si chiamava Casa Nostra: “un nome che dice tutto. Per chi era sceso in miniera, avere un luogo dove parlare italiano, dove ritrovare il proprio dialetto, dove sentirsi parte di una storia comune, era fondamentale”. Non era solo una chiesa: era un punto di riferimento per le pratiche, per la scuola, per l’asilo dei bambini, per le difficoltà quotidiane di chi aveva lasciato l’Italia in cerca di lavoro e dignità. La memoria di Marcinelle, per mons. Bettoni, non è fatta solo di numeri e di date, ma anche di volti e di luoghi. E ogni 8 agosto, la commemorazione a Marcinelle era – ed è – “un pellegrinaggio. Non un rito formale, ma un atto di gratitudine e di responsabilità”.Ricordare, sottolinea mons. Bettoni, significa “proteggere la dignità del lavoro, dire che nessuna vita può essere sacrificata senza che la memoria la custodisca. Significa anche guardare al presente: perché le tragedie del lavoro non appartengono solo al passato, e le migrazioni di oggi portano con sé le stesse speranze e le stesse ferite di allora”. Dimenticare Marcinelle, aggiunge, “vuol dire rischiare di passare sopra, come l’acqua, alle tragedie che vivono oggi tanti migranti, che partono non per gloria ma per necessità, per una vita più dignitosa”.
Recentemente la vicepresidente esecutiva della Commissione europea, Minzatu, ha annunciato l’intenzione di istituire una Giornata europea dedicata alle vittime degli incidenti sul lavoro e alla tutela della dignità dei lavoratori, da celebrare proprio l’8 agosto. Per mons. Bettoni “è un segno importante: riconosce che la storia del continente è fatta anche di fatica, di sudore, di sacrificio. E riconosce che noi italiani siamo stati un popolo di emigranti, che ha chiesto accoglienza e possibilità di vita altrove. Ricordarlo non è nostalgia: è verità”. L’8 agosto, così, non parla solo al passato, ma diventa un giorno in cui l’Europa intera è chiamata a interrogarsi sul valore del lavoro, sulla sicurezza, sulla responsabilità verso chi ogni giorno rischia la vita per guadagnarsi il pane. Marcinelle, conclude, “ci insegna che il lavoro è vita donata. Che la memoria è un dovere. Che la dignità dell’uomo viene prima di tutto. E che ogni tragedia, se custodita, può diventare un seme di responsabilità per le generazioni che verranno”. È una lezione che attraversa il tempo e che, per mons. Bettoni, resta affidata non solo alle cerimonie ufficiali, ma alla coscienza di ciascuno: “Ogni volta che ricordiamo quei minatori, ogni volta che pensiamo a chi oggi muore sul lavoro o nel viaggio della migrazione, scegliamo da che parte stare: dalla parte della vita, della giustizia, della dignità”.