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Il mese di maggio sin dalla più tenera infanzia introduce a profumi di fiori, a una luce desiderata a lungo, al verde appena spuntato, al garrire delle rondini, ma soprattutto maggio è il mese di Maria: mese di affidamento, di un’ulteriore “scusa” per adorare nostro Signore. Maria è terra del Cielo, grembo offerto all’umanità, è un abbraccio fra Cielo e terra.
Ripercorrendo la vita della Madonna, è fecondo rileggerla come una vera e propria strada eucaristica, serbata nel suo cuore, sigillata nel suo adorabile silenzio, che Lei ha percorso passo dopo passo. Il papa del Totus tuus, Giovanni Paolo II, nell’enciclica Ecclesia de Eucharistia (2003) ci invita proprio a questa scuola di Maria, per imboccare la sua stessa strada, per riuscire a contemplare il mistero eucaristico al fine di amare Gesù ora e nell’eternità.
Da semplice adoratrice laica, non mi addentro nelle profondità e nelle radici di questa enciclica, vale a dire Lumen gentium (1964) e Marialis cultus di Paolo VI (1974), se non per sottolineare la speciale partecipazione di Maria alla storia della salvezza e il suo luminoso esempio per tutti, anche per noi, uomini e donne di questo tempo.
Sono profondi i legami tra Maria e l’Eucarestia anche nel semplice snocciolare i misteri del rosario.
Partendo dall’inizio, dall’Annunciazione, si potrebbe dire che Maria è stata iniziata all’adorazione eucaristica ante litteram, non appena ha pronunciato il suo fiat, il suo sì. L’Eucarestia non era ancora stata istituita che il suo tabernacolo già esisteva: il grembo di Maria. Quindi Maria e l’adorazione eucaristica sono un binomio perfetto: Maria ha creduto nell’annunciato concepimento illustratole dallo Spirito Santo così come noi siamo chiamati a credere nella reale presenza del corpo e sangue di Cristo nelle specie del pane e del vino. Adoratore confidente sarà anche Giuseppe: anche lui crede in qualcosa che non si spiega con la ragione né si vede con gli occhi, esattamente come noi davanti a Cristo nell’ostensorio.
La seconda tappa nella vita di Maria, ormai tabernacolo vivente, è la visitazione alla cugina Elisabetta col figlioletto Giovanni ancora in grembo, i quali diventano novelli adoratori, sussultando entrambi per questa presenza “eucaristica” intuita sebbene celata. Maria si unisce adorante nell’esplosione del suo Magnificat.
In questa manifestazione di gratitudine e di semplicità, Maria incarna un atteggiamento eucaristico di ringraziamento e di lode che tutti noi potremmo indirizzare a Gesù sacramentato:
«L’anima mia magnifica il Signore e il mio spirito esulta in Dio mio salvatore». Maria come tabernacolo vivente nel Magnificat esclama che «grandi cose ha fatto in me l’onnipotente», in una visione di eternità che in qualche modo anticipa le beatitudini: «la sua misericordia si stende su quelli che lo temono», «ha innalzato gli umili, ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato i ricchi a mani vuote».
Proseguendo cronologicamente, arriviamo alla nascita di Gesù a Betlemme ove gli adoratori Maria e Giuseppe vedono finalmente l’adorato, insieme ad angeli, pastori e Magi, anch’essi adoranti. Questo tesoro prezioso, ornato di oro, incenso e mirra, è visto, nutrito, amato e coccolato proprio come spesso desidereremmo fare noi alla presenza eucaristica.
La presentazione al tempio vede Simeone e Anna come nuovi adoratori, non più nella luce di Betlemme o nello stupore del Gloria in excelsis Deo, ma nel dolore della previsione di un’offerta futura all’umanità, che vedrà Maria trafitta nel cuore da una spada.
Maria e Giuseppe, quando ritrovano il proprio figlio primogenito, smarrito da giorni nel tempio, a disquisire coi dottori della legge, accettano il volere di Dio, donando a Lui ancora una volta, l’enigma di questo figlio di Dio, che viveva nella loro quotidianità, atteggiamento necessario nella fatica, tutta umana, nel credere che nell’ostia e nel vino consacrati ci sia realmente il corpo e il sangue di nostro Signore Gesù Cristo.
Alle nozze di Cana Maria orchestra il primo miracolo di Gesù e ci invita a «fare quello che vi dirà» con fiducia e abbandono, prefigurazione del «fate questo in memoria di me» nell’ultima cena. Maria ci indica la via investendo il nostro futuro di aspettative divine: «Egli, che fu capace di cambiare l’acqua in vino, è ugualmente capace di fare del pane e del vino il suo corpo e il suo sangue, consegnando in questo mistero ai credenti la memoria viva della sua acqua, per farsi in tal modo pane di vita» (EE 54).
Nella cena ultima dove nostro Signore si offre nel pane e nel vino, come vera carne e vero sangue, Maria non è presente, ma sin dall’annunciazione ha provato l’ebbrezza di contenere il Figlio di Dio nel suo corpo.
La sua presenza ai piedi della croce sigillerà la sua unione al sacrificio sublime del Figlio e, in totale e purissima obbedienza, accetterà di raccogliere sotto il suo manto, tutta l’umanità, divenendone Madre in un nuovo fiat eterno, donandosi secondo l’esempio di suo Figlio, che morirà e risorgerà, restando Eucarestia tra noi.
La vita di Maria non finisce sul Calvario, ma prosegue in una maternità rinnovata, in stretta relazione con i seguaci di Gesù, con cui condividere l’amore per Gesù e il ricordo della sua vita, della sua passione e della sua risurrezione (At 1,14).
Dopo tanto dolore Maria conserva nel cuore la certezza che il Figlio è vivo, mangia e cammina tra i suoi e, dopo l’Ascensione, prova la gioia nel ritrovarlo dentro di sé, come all’inizio, nella frazione del pane. Poi il vortice estatico della Pentecoste.
Meravigliosa è la presenza di Maria nel sacramento eucaristico: «Maria è presente, con la Chiesa e come Madre della Chiesa, in ciascuna delle nostre celebrazioni eucaristiche» (EE 57).
Concludendo questo itinerario, dove Gesù ha plasmato sua Madre in donna eucaristica e in Madre della Chiesa, non possiamo che perseverare fedelmente nella partecipazione all’adorazione eucaristica e alla santa messa ogni volta che possiamo, implorando per noi Maria, che è arca della nuova alleanza, e che si è donata a Dio in un meraviglioso progetto di salvezza che ha come vertice l’eucarestia.
Quando ci inginocchiamo nel silenzio e nell’ascolto davanti a Lui sacramentato diventiamo realmente come Lui ci ha pensati: umani e divini.
Intenzione di preghiera del papa
Preghiamo affinché ciascuno, dai grandi produttori ai piccoli consumatori, si impegni per evitare gli sprechi di alimenti e perché ogni persona abbia accesso a un’alimentazione di qualità.
Intenzione dei vescovi
Ti preghiamo, Signore, affinché la Chiesa sia attenta ai frutti maturati nello Spirito Santo e da essi raccolga la novità e la fecondità del nostro tempo.
Intenzione per il clero
Cuore divino di Gesù e Cuore immacolato di Maria, riempite di gioia e di luce, la vita dei ministri della Chiesa, perché nella serenità delle loro relazioni testimonino la bellezza e la grazia della loro vocazione.
In un certo senso, Maria ha esercitato la sua fede eucaristica prima ancora che l’Eucaristia fosse istituita, per il fatto stesso di aver offerto il suo grembo verginale per l’incarnazione del Verbo di Dio. L’Eucaristia, mentre rinvia alla passione e alla risurrezione, si pone al tempo stesso in continuità con l’Incarnazione. Maria concepì nell’Annunciazione il Figlio divino nella verità anche fisica del corpo e del sangue anticipando in sé ciò che in qualche misura si realizza sacramentalmente in ogni credente che riceve, nel segno del pane e del vino, il corpo e il sangue del Signore. C’è pertanto un’analogia profonda tra il fiat pronunciato da Maria alle parole dell’Angelo, e l’amen che ogni fedele pronuncia quando riceve il corpo del Signore. A Maria fu chiesto di credere che colui che Ella concepiva «per opera dello Spirito Santo» era il «Figlio di Dio» (cfr Lc 1,30–35). In continuità con la fede della Vergine, nel Mistero eucaristico ci viene chiesto di credere che quello stesso Gesù, Figlio di Dio e Figlio di Maria, si rende presente con l’intero suo essere umano- divino nei segni del pane e del vino. (Giovanni Paolo II, Ecclesia de Eucharistia, § 55)