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A tre anni dal crollo del 3 luglio 2022 — 11 vittime, il più grave evento glaciale della storia alpina recente — il Gruppo di lavoro glaciologico-geofisico per lo studio della Marmolada è tornato sul ghiaccio con una missione precisa: capire se il settore residuale di Punta Penia presenti condizioni di instabilità potenziale. La campagna di misure sul campo, condotta con georadar multibanda su drone e da terra, si è conclusa nei giorni scorsi. Ora inizia la fase di elaborazione dei dati e di modellazione numerica, che nei prossimi mesi dovrà dire se le condizioni predisponenti osservate in superficie — forma, quota, dimensioni della massa residua — trovino riscontro in profondità.
Il Gruppo riunisce ricercatori dell’Università di Parma, dell’Università di Padova e dell’Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale (OGS). «Non è un allarme: è un’indagine — precisa Aldino Bondesan (Università di Padova) —. Dopo il 2022 abbiamo il dovere scientifico di guardare con attenzione ai settori glaciali che presentano analogie morfologiche con quello crollato. La scienza non può pronunciarsi prima di avere i dati, e noi stiamo raccogliendo quei dati».
La montagna che cambia: tre rischi emergenti in alta quota
Il cambiamento climatico sta alterando in modo rapido e profondo le condizioni di sicurezza per chi vive e frequenta l’alta montagna. Tre categorie di rischio, interconnesse, stanno crescendo con l’accelerazione del riscaldamento globale.
Crolli e valanghe glaciali. Il ritiro accelerato dei ghiacciai genera settori isolati, assottigliati e termicamente instabili, soggetti a distacchi improvvisi e senza preavviso visibile, come dimostrato dalla tragedia della Marmolada. Gli eventi di collasso glaciale sulle Alpi sono in aumento per frequenza e dimensioni dalla fine degli anni Novanta, in stretta correlazione con le anomalie termiche estive.
Inondazioni da rotta di laghi glaciali (GLOF). Il ritiro dei ghiacciai lascia bacini trattenuti da morene instabili o dighe di ghiaccio. La loro rotta improvvisa può scatenare ondate di piena e colate detritiche capaci di percorrere interi fondovalle in pochi minuti. Nell’arco alpino il numero di laghi glaciali è cresciuto considerevolmente nell’ultimo ventennio.
Frane e crolli rocciosi per degradazione del permafrost. Il suolo perennemente gelato funge da cemento naturale tra i blocchi di roccia delle pareti d’alta quota. Il riscaldamento sta disgregando questo legante anno dopo anno, liberando masse rocciose anche di grandi dimensioni.
Questi fenomeni non sono indipendenti: si amplificano a vicenda. «La montagna alpina sta cambiando più velocemente di quanto i sistemi di sorveglianza attuali siano in grado di seguire — osserva Roberto Francese (Università di Parma – OGS) —. Le metodologie che stiamo sviluppando, dalla Marmolada all’Adamello, puntano a colmare questo divario tra la velocità del cambiamento e la nostra capacità di anticiparlo».
Dalla ricostruzione del crollo 2022 alla prevenzione
Nei tre anni successivi alla tragedia, il Gruppo ha pubblicato due studi su riviste internazionali peer-reviewed. Il primo, su Geomorphology (2023), ha ricostruito la dinamica del collasso individuando nel sollevamento idraulico e nella sovrapressione basale le cause scatenanti. Il secondo, su Natural Hazards and Earth System Sciences (settembre 2025), ha dimostrato con simulazioni numeriche di stabilità che solo la combinazione di tre fattori — pressione idrostatica nei crepacci, sollevamento idraulico e riduzione della resistenza basale — ha determinato la perdita di equilibrio. Da quegli studi derivano gli strumenti concettuali e metodologici con cui il Gruppo affronta oggi la valutazione del rischio sui settori residui.
La nuova campagna: georadar multibanda su drone e da terra
Cuore della campagna è l’impiego di un sistema georadar (Ground Penetrating Radar – GPR) multibanda, montato su drone e integrato con acquisizioni condotte direttamente sulla superficie glaciale. Le misure da drone garantiscono una copertura spaziale ampia e sistematica; quelle da terra raggiungono profondità maggiori e risoluzioni più elevate. L’uso di antenne a frequenze diverse consente di esplorare la massa glaciale in modo non invasivo, restituendo un’immagine tridimensionale della struttura interna: geometria del substrato roccioso, variazioni di spessore del ghiaccio, presenza di eventuali sacche d’acqua o strati saturi alla base. Proprio la presenza di acqua in pressione è il principale segnale di rischio da cercare.
«Abbiamo avviato queste indagini perché le caratteristiche morfologiche osservabili in superficie ci dicono che è necessario guardare dentro — spiega Stefano Picotti (OGS) —. Non sappiamo ancora cosa troveremo: è esattamente questo l’obiettivo del lavoro. Disponiamo oggi degli strumenti per rispondere a questa domanda con rigore scientifico».
«Il georadar multibanda ci permette di vedere la struttura interna del ghiacciaio con una risoluzione che in passato non era raggiungibile su questo tipo di terreno — aggiunge Massimo Giorgi (OGS) —. I dati sono stati raccolti; ora inizia la fase di elaborazione e modellazione».
Il prossimo obiettivo: l’Adamello
Il completamento della campagna sulla Marmolada apre la strada all’estensione della metodologia all’Adamello, il più grande ghiacciaio delle Alpi italiane. Con circa 17 km² di superficie residua, l’Adamello è un serbatoio idrico fondamentale per Lombardia e Trentino e, al tempo stesso, un sistema glaciale complesso la cui frequentazione turistica e alpinistica rende opportuna una valutazione sistematica di stabilità, rischi di formazione di laghi glaciali e degrado del permafrost nelle aree circostanti. L’applicazione dello stesso protocollo — georadar multibanda, modellazione numerica, costruzione di scenari di pericolosità — consentirà di confrontare i due sistemi glaciali e di sviluppare approcci trasferibili a scala alpina.
Prossimi passi
I dati della campagna saranno elaborati e integrati con quelli delle indagini precedenti per produrre una valutazione complessiva del rischio glaciologico sulla Marmolada. I risultati saranno oggetto di pubblicazione scientifica e comunicati alle autorità regionali e nazionali competenti in materia di gestione del rischio in montagna. La ricerca è svolta con fondi istituzionali degli enti coinvolti.