Idee
Il titolo ha qualcosa di beffardo: Bisogna saper (come) perdere. Non proprio quel che ci si aspetta da un libro sulla politica, dove sembra contare solo la vittoria. La provocazione nasconde però un’intuizione tutt’altro che banale: ogni sconfitta ha le sue ragioni e comprenderle è il primo passo per ripartire.
Il volume di Mauro Ferrari e Massimo Malaguti, sottotitolato Come nasce una sconfitta elettorale (ilmiolibro 2026, 144 pagine, 13 euro l’edizione cartacea, 4,99 l’e-book), affronta con ironia i meccanismi alla base del confronto politico, aiutandosi con qualche sapida vignetta sul rapporto tra candidato e consulente. Ferrari, spin doctor con alle spalle 34 campagne elettorali (29 vinte), ha portato l’esperienza sul campo, mentre Malaguti, un passato da manager pubblico e oggi consulente e formatore aziendale, ne ha sviluppato gli aspetti comunicativi. Ne nasce una riflessione che va oltre gli addetti ai lavori e riguarda la nostra democrazia, che quest’anno ha compiuto ottant’anni e come altre oggi deve fare i conti con la disaffezione dei cittadini. Il libro sarà presentato giovedì 22 ottobre alle 20.45 nell’aula magna del Collegio universitario Gregorianum di Padova: con gli autori interverrà Paolo Giaretta, che firma la postfazione, mentre la moderazione è affidata a Giulia Ciabatti di YouTrend, tutor di un master in comunicazione politica dell’Università di Padova.
«Se dovessi racchiudere il libro in una parola, sarebbe ascolto – spiega Massimo Malaguti – Innanzitutto la capacità del candidato di rimanere in sintonia con l’elettorato e di comprenderne le aspettative, non solo quelle della parte più vicina alle sue idee. E poi l’ascolto reciproco tra il candidato e i suoi collaboratori, perché la proposta politica nasca nella maniera più efficace e partecipata».
Un principio che l’ecosistema digitale rischia di far dimenticare: «I social forniscono continuamente informazioni ed emozioni, mentre una campagna elettorale dovrebbe costruire relazioni: un processo più lungo e laborioso, che però lascia un’impressione meno effimera di un post». C’è poi l’algoritmo, che sceglie i destinatari al nostro posto: «Seleziona le persone più sensibili ai contenuti che vogliamo comunicare, spesso procurandoci consensi immediati ma illusori. Il pericolo è chiudersi in una camera degli specchi, un pubblico che ci dà sempre ragione ma falsa la nostra percezione della realtà». Per chi fa politica, argomentano gli autori, è vitale ascoltare proprio ciò che mette a disagio: le opinioni avverse ma soprattutto i dubbi, propri e dei collaboratori.
La crisi delle democrazie rappresentative ha però radici più profonde: «In questa disaffezione la comunicazione politica ha una parte di responsabilità – continua Malaguti – a partire dall’incapacità di costruire un linguaggio che arrivi alla comprensione prima ancora che alla persuasione». Il libro richiama George Orwell: «Se sviliamo la parola, ne risentono anche i pensieri che siamo in grado di produrre. Oggi non sappiamo più immaginare una prospettiva sociale, un modo di partecipare e di coinvolgere». Da qui la critica all’uso indiscriminato delle parole d’ordine, o “parole ombrello”, cariche di emotività ma vaghe: «Sono importantissime, ma vanno declinate, nutrite di contenuti. Se ci affidiamo solo a quelle la comunicazione si impoverisce e la proposta politica non si distingue più dalle altre, generando indifferenza negli elettori».
Occorre insomma tornare al ragionamento, che può accomunare anche parti diverse nella ricerca del bene comune. Pesa certo lo smantellamento dei corpi intermedi – scuola, sindacati, partiti – in nome di una modernità «che però non è mai arrivata. Non c’è niente che abbia sostituito il sistema dei partiti, che aveva i vizi che sappiamo, ma anche la capacità di formare e selezionare un personale politico competente, capace e impegnato».
A chi vuole impegnarsi oggi in politica Malaguti ricorda il consiglio avuto anni fa da un politico democristiano: partire da una solida base professionale, per essere liberi nelle proprie scelte. «Se questa manca e si cede alla tentazione del carrierismo, vocazione e passione politica rischiano di trasformarsi in qualcos’altro».
Il che non significa escludere i giovani: «Bisognerebbe creare sistemi che permettano anche a loro di partecipare, magari con un sostegno economico, ma sapendo che si tratta di cinque, dieci anni della propria vita in cui continuare a studiare, e che dopo si dovrà fare altro».
Il libro arriva alla vigilia di un 2027 ricco di sfide, con le elezioni politiche e le amministrative, a partire da Padova. Del resto, come scrive Giaretta nella postfazione, i tempi sono cambiati, e non solo per i social: «Oggi, prima ancora di convincere per chi votare, bisogna convincere l’elettore ad avere motivi sufficienti per andare a votare».