Fatti
Sulla stampa messicana tengono banco, in queste settimane, i dati squadernati dalla presidente della Repubblica, Claudia Sheinbaum, che ha rivendicato i successi del suo Governo nella lotta alla criminalità, sottolineando il dimezzamento degli omicidi, in due anni di mandato presidenziale: se la media quotidiana, nel settembre 2014, era stata di 86,9, nel recente mese di agosto è stata di 40,8, secondo i dati ufficiali del Governo. Ma è davvero così? In realtà, hanno avvertito a più riprese esperti e ong, per parlare di arretramento dei gruppi criminali andrebbero presi in esame più indicatori, al di là del fatto che alcune zone del Paese, per esempio lo Stato di Sinaloa, a nordovest, continuano a vivere nel terrore. In ogni caso,
prevale l’idea che la stessa criminalità stia cambiando pelle, senza far cessare di far sentire la sua presa sull’intera società messicana.
C’è un dato, infatti, che fa a pugni con le narrative trionfalistiche, quello relativo alle persone scomparse, ai cosiddetti “desaparecidos”. Una contabilità angosciante, quella relativa a chi sparisce nel nulla. I numeri ufficiali parlano di oltre 130mila persone in totale.
I dati raccolti tra il 1° ottobre 2024 e il 13 settembre 2026 registrano 62.378 persone scomparse, in questo caso sia non rintracciate che rintracciate. Si tratta di circa 2.600 persone al mese. 20.072 sono persone scomparse e non rintracciate, pari al 32,78% del totale, 42.306 sono persone ritrovate, nella maggior parte dei casi in vita, ma sono 3.457 coloro che sono stati ritrovati privi di vita. In pratica,
ogni mese ci sono circa 800 persone che scompaiono senza che se ne abbia più notizia, circa 27 al giorno. E ogni giorno cinque persone che erano scomparse vengono rinvenute senza vita.
Una presenza “scomoda”. Di fronte a tante persone sparite, ce ne sono migliaia che più di qualcuno vorrebbe “silenziare” e rendere “invisibili”. Sono i familiari delle persone scomparse, molto spesso mamme, le cosiddette “mamas buscadoras”. Negli anni, i familiari “buscadores” si sono auto-organizzati, hanno creato associazioni, hanno, spesso, sfidato, gli stessi cartelli. Senza trovare particolare appoggio nelle Istituzioni. La loro presenza, infatti, specialmente in questo momento, smentisce una lettura “trionfalistica” della lotta alla criminalità. Ricordano a tutti la tragica realtà in cui vive il Paese. “Sì, siamo scomodi per molti” dice al Sir Miguel Ángel Trujillo, co-fondatore di varie associazioni di familiari “buscadores”, tra cui la Brigada internacional de busqueda de personas (Brigata internazionale ri ricerca di persone), la Brigada nacional de busqueda de personas desaparecidas, Armadillos rastreadores México formadores de paz (Armadilli striscianti, formatori di pace in Messico. Miguel Ángel Trujillo è figlio di María Herrera Magadaleno (Doña Mary) e, insieme al fratello Juan Carlos, sta cercando i suoi quattro fratelli scomparsi: Raúl e Jesús Salvador, scomparsi nell’agosto del 2008 nello Stato di Guerrero, e Gustavo e Luis Armando, scomparsi a Veracruz nel settembre del 2010. Alla ricerca partecipano anche i suoi fratelli Rafael e María. Trujillo, insomma, ha fatto della ricerca delle persone scomparsa, a partire dai suoi familiari, una ragione di vita. “Cerchiamo di prestare attenzione alle vittime del conflitto, nella ricerca delle persone e anche nell’accompagnamento psicologico”. La ricerca può proseguire per decenni, ma spesso i familiari riescono ad avere notizie dei propri cari, perlopiù a localizzarne i resti: “Difficile trovare persone in vita”, spiega il nostro interlocutore. Le “brigate” si muovono, spesso, in base a segnalazioni o denunce anonime. “La ricerca avviene in situazioni molto diverse, la ricerca è molto complessa, spesso riguarda vittime di tratta, in altri casi si ha a che fare con cartelli che sono cambiati nel tempo. Ci è capitato di cercare resti di desaparecidos in diversi ambienti geografici, come il deserto di Sonora, ma a volte essi compaiono nelle case, nei cortili”. Poi, ci sono i casi clamorosi, come quello, salito alle cronache nel 2025, di Teuchitlán, nello Stato di Jalisco, dove fu rinvenuto un vero e proprio campo di sterminio, anche con forni crematori. “Ma anche in altri casi quello che abbiamo trovato sono stati chili e chili di cenere, come accaduto nelle vicinanze di Torreón, nello Stato di Coahuila”.
Un’attività, quella della ricerca, che non gode del sostegno delle Istituzioni: “Non siamo ben visti – conferma Trujillo –. Spesso, cercano di dividerci. Spesso, nel nostro Paese, i politici sono collusi con gruppi criminali, ci sono molte coperture. Me esiste un debito morale, rispetto alle 40 persone che scompaiono ogni giorno. Non ci fermeremo”. Chi sta camminando accanto ai familiari “buscadores” è la Chiesa messicana, soprattutto dopo che è stato dato vita al Dialogo per la pace, il progetto che coinvolge le diverse espressioni della Chiesa del Paese: vescovi, religiosi, laici, associazioni di base. “Sentiamo la Chiesa come nostra alleata, come vicina all’attività delle nostre brigate”, conclude.
Cassette delle lettere nelle chiese. Anche di recente, la Chiesa del Messico chiede a tutte le comunità cristiane del Paese di manifestare la propria accoglienza e vicinanza verso le famiglie e in particolare le madri che cercano i propri familiari scomparsi, specialmente in occasione della Giornata internazionale delle vittime di scomparse forzate del 30 agosto.
In quell’occasione, è stato fatto appello a parrocchie, associazioni, comunità religiose, è a unirsi attraverso azioni concrete, come accogliere le famiglie cercatrici nelle celebrazioni religiose settimanali e facilitare le condizioni affinché le famiglie cercatrici possano collocare le cassette delle lettere della pace nelle installazioni delle chiese, così da poter raccogliere segnalazioni su persone scomparse. Un’iniziativa che sta dando i suoi frutti.