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Parroco per la prima volta a sessant’anni, dopo 34 di sacerdozio. Eppure il desiderio di mons. Alberto Albertin era nato il giorno dell’ordinazione: «Sono stato affascinato e colpito dalla figura del mio parroco – racconta – e il mio desiderio era quello di diventare come lui». Poi altre strade, fino a sabato 3 ottobre: nel pomeriggio il vescovo Claudio lo ha accompagnato nella parrocchia di San Giuseppe, in città.
«L’ingresso è l’inizio di un percorso che era partito a giugno – spiega don Albertin – e da giugno a ottobre la mia testa ha cominciato a fare programmi». La celebrazione, ammette, è stata «molto intensa a livello personale e spirituale». E anche sorprendente: «Caso strano, mi sono sentito molto sereno. Per carattere sarei un po’ ansioso, e invece ho sentito una pace che difficilmente provo nei momenti così impegnativi».
Certo, la vita è cambiata. Dell’insegnamento alla Facoltà teologica del Triveneto ha tenuto un solo corso, resta canonico penitenziere in Cattedrale il sabato mattina, mentre ha lasciato ritiri ed esercizi spirituali per religiosi e religiose e i corsi per fidanzati. «Ho dovuto fare delle scelte, ma ringrazio il Signore per quelle che ho fatto, perché mi hanno arricchito tanto».
L’età non lo spaventa: «Non sono il prete giovane e inesperto che arriva – osserva – una certa esperienza ce l’ho, le spalle grosse le ho». E ora che si sono spenti i riflettori della festa, la giornata ha un punto fermo: «Nella preghiera e nella celebrazione della messa faccio un buon rifornimento di grazia di Dio, che dopo cerco di comunicare alle persone che incontro».
Le persone, a San Giuseppe, non mancano. Il patronato ospita anche iniziative che con la parrocchia non hanno nulla a che fare, «eppure entrano nei nostri ambienti e vengono volentieri». E più di cento ragazzi frequentano il campo da calcio parrocchiale: «Passano, entrano in un ambiente, vedono presenze di cristiani». Nessuno chiede rivoluzioni: «Non si aspettano grandi stravolgimenti dal nuovo parroco, bensì di continuare quello che è stato fatto finora».
Resta quella serenità del primo giorno, che lui legge così: «Penso che sia stato anche quello un segnale – conclude – una carezza dall’alto per dire “non sei solo, sentiti amato, accompagnato”».