Fatti
“Ci trovavamo a circa tre chilometri dal villaggio di Debel. Abbiamo atteso a lungo, abbiamo fatto tutto il possibile ma purtroppo, ci è stato comunicato che non era possibile proseguire: si udivano chiaramente spari nella zona, scambi intensi di bombardamenti. Abbiamo quindi compreso, con grande rammarico, che non potevamo raggiungere la popolazione”. E’ mons. Hugues de Woillemont, direttore dell’Oeuvre d’Orient, a raccontare al Sir cosa è successo al convoglio umanitario che è stato costretto a tornare indietro a causa degli intensi combattimenti tra l’esercito israeliano e Hezbollah nel sud del Libano. La missione era diretta a Debel, un villaggio cristiano nel distretto di Bint Jbeil dove vivono ancora diverse centinaia di persone. A bordo c’erano il direttore di Œuvre d’Orient e il Nunzio Apostolico Paolo Borgia, che avrebbero dovuto consegnare aiuti ai villaggi, isolati dal resto del Paese, i cui abitanti si rifiutano di andarsene. Ma veicoli sono stati costretti a invertire la rotta a pochi chilometri dal villaggio. “Ero molto deluso”, confida de Woillemont. “Anche gli abitanti lo erano; tuttavia, ho ribadito che siamo determinati a tornare. Lo faremo appena possibile, anche se non nei prossimi giorni, poiché al momento si tratta di una zona di combattimento. Ma torneremo a Debel non appena le condizioni lo permetteranno. È fondamentale continuare a sostenerli, far sapere loro che la loro testimonianza ci rafforza e che con loro anche noi desideriamo un Libano sovrano.
Il Libano meridionale appartiene ai libanesi, ed è loro diritto — e responsabilità — viverci e decidere del proprio futuro”.
Mons. de Woillemont spiega di essere andato in Libano come direttore dell’Oeuvre d’Orient e, al tempo stesso, come inviato della Chiesa in Francia, “per celebrare la Pasqua, per testimoniare sostegno e amicizia e anche per ringraziare i cristiani per la loro testimonianza”. Dall’inizio della crisi, sono già stati organizzati sei convogli verso il sud del Paese, grazie al Nunzio Apostolico, alla Caritas, all’Oeuvre d’Orient. “Il viaggio è durato cinque ore, a causa delle numerose soste”, racconta il direttore dell’organizzazione francese. “Abbiamo attraversato la zona a sud del fiume Litani, nei pressi di Tiro. E’ la quarta città più grande del Paese ma l’abbiamo trovata quasi deserta. Molti negozi sono chiusi e i villaggi più a sud, che collegano ad altre località, appaiono abbandonati, come se la vita si fosse fermata. Tuttavia, nel Libano meridionale esistono ancora villaggi abitati, in particolare da cristiani che convivono con altre comunità e che desiderano rimanere”.
I villaggi oggi sono isolati. Gli abitanti sono impossibilitati a entrare o uscire. Si tratta di comunità che necessitano di aiuti umanitari urgenti — beni di prima necessità, kit igienici — ma che hanno anche bisogno di sapere di “non essere dimenticate, di continuare a essere sostenute. La loro testimonianza di fedeltà a Cristo, il loro desiderio di pace e la volontà di rimanere nelle proprie terre sono davvero impressionanti e ci spingono ad agire”. Il direttore dell’Oeuvre d’Orient racconta che la diocesi maronita di Tiro conta una ventina di parrocchie, nelle quali vivono circa diecimila cristiani. “Noi sosteniamo le loro attività, comprese le scuole, che accolgono naturalmente sia cristiani sia musulmani. Questa mattina, in una delle chiese, siamo stati accolti dal sacerdote, dal vescovo, dal sindaco e anche da rappresentanti della comunità musulmana, i quali ci hanno sottolineato quanto sia importante, per loro, la nostra presenza. Il messaggio principale che ci è stato più volte ripetuto quello di non essere dimenticati. Ci è stato detto chiaramente quanto sia fondamentale la presenza dei cristiani in questa regione. Essi sono qui da duemila anni e fanno parte integrante della storia del Paese. Offrono un vero e proprio servizio pubblico, attraverso scuole e strutture sanitarie, colmando spesso le lacune di uno Stato che non riesce più a garantire tali servizi. Accogliendo tutti, contribuiscono anche alla ricchezza e alla diversità del Libano. In questo senso, possiamo richiamare il messaggio di Papa Giovanni Paolo II: il Libano come modello di convivenza interreligiosa e interculturale, importante non solo per il Paese, ma per tutta la regione.
Il Libano ha una vocazione e una responsabilità particolari: dimostrare che una convivenza basata sul dialogo e sullo scambio è possibile.
“Il Libano è in pericolo. È fondamentale che gli Stati europei, insieme alla comunità internazionale, si mobilitino per difendere la sovranità del Paese”, conclude il direttore dell’Oeuvre d’Orient. “Come cristiani, siamo chiamati a non dimenticare i nostri fratelli e sorelle: fanno parte della nostra stessa famiglia. Oggi testimoniano la loro fede in modo esemplare, in una terra segnata dal passaggio di Cristo, uomini e donne che ci danno una lezione di coraggio e impegno”.