Idee
«Non lasciamo che il mare nostrum si tramuti in un desolante mare mortuum. Non permettiamo che questo “mare di ricordi” si trasformi nel “mare della dimenticanza”. Fermiamo questo naufragio di civiltà».
Le parole di papa Francesco risuonano ancora forti, perché il Mediterraneo continua a essere un cimitero senza croci e senza nomi. Continuano ad annegare nelle acque territoriali italiane, che è come dire nel territorio italiano, famiglie intere, uomini, donne e bambini. Sono in fuga da orrori e disperazione, e trovano da noi disperazione e orrori. Negli ultimi dieci anni sono circa 34 mila i morti e i dispersi nel Mediterraneo. Nel giorno di Pasqua, mentre stavamo festeggiando la resurrezione del Signore, un’imbarcazione di immigrati diretti a Lampedusa si è capovolta, e sono morte 70 persone. Giorni prima, 22 migranti erano morti di fame e di sete, dopo aver perso l’orientamento nel Mediterraneo ed aver navigato per sei giorni senza cibo e acqua.
Ora, tutti questi fatti che succedono a casa nostra, non hanno molto rilievo. Nei quotidiani è Avvenire a dare spazio e scrivere commenti, mentre gli altri danno tuttalpiù una breve notizia a margine. Stessa cosa i telegiornali, che sulle tragedie che avvengono continuamente nel Mediterraneo forniscono scarne e sintetiche notizie. È forse il segno che i morti in mare nel tentativo di raggiungere l’Europa rientrano nelle cose normali? Forse questi fatti si danno già per scontati, come possono essere i giorni della merla, gli incendi estivi, gli schianti nel fine settimana? Forse stanno rientrando nella normalità, al punto da non fare più notizia, al punto da non suscitare più indignazione, commozione, dolore, partecipazione?
Tra coloro che sono sensibili a queste tragedie del mare, mentre intorno sembra regnare l’indifferenza, si sta dicendo che la normalizzazione della sofferenza è un tarlo che sgretola il senso di umanità, che rende incapaci di riconoscere nell’altro un fratello e una sorella, che pietà e coscienza stanno morendo.
Questa non è la nostra storia e la nostra cultura. Il senso della storia italiana e della cultura che la caratterizza si trovano sintetizzate in un capoverso del documento governativo Carta dei valori, della cittadinanza e dell’integrazione del 2007: «La posizione geografica dell’Italia, la tradizione ebraico-cristiana, le istituzioni libere e democratiche che la governano, sono alla base del suo atteggiamento di accoglienza verso altre popolazioni. Immersa nel Mediterraneo, l’Italia è sempre stata crocevia di popoli e culture diverse, e la sua popolazione presenta ancor oggi i segni di questa diversità».
Un’analoga affermazione si trova nel documento, sempre del Governo italiano, Piano per l’integrazione nella sicurezza. Identità e incontro, del 2010: «L’Italia, per storia e posizionamento geografico, è da sempre terra di incontro tra culture e tradizioni differenti. (…). L’identità del nostro popolo è stata plasmata dalle tradizioni greco-romana e giudaico-cristiana, che unendosi in maniera originale hanno saputo fare dell’Italia un Paese solidale nel proprio interno e capace di ospitalità e gratuità rispetto a chiunque arrivi dentro i suoi confini. Il rispetto della vita, la centralità della persona, la capacità del dono, il valore della famiglia, del lavoro e della comunità: questi sono i pilastri della nostra civiltà, traendo origine e linfa vitale direttamente da quella apertura verso l’altro e verso l’oltre che ci caratterizza».
Intanto, però, le onde del Mediterraneo continuano a depositare cadaveri sulle nostre spiagge, le reti dei pescatori continuano a tirar su corpi, l’isola di Lampedusa continua a essere l’isola delle lacrime. Pietro Bartolo, il medico di Lampedusa che per tanti anni ha soccorso gli immigrati sbarcati nell’isola, ha scritto nella prefazione al libro Sbarchi. Lampedusa, il grido degli ultimi: «Sotto i nostri occhi c’è il dolore dei migranti, l’affanno dei soccorritori, il senso di responsabilità degli isolani, il cattivismo della politica e dei governanti».
E lo scrittore francese Patrick Chamoiseau, nel suo libro Fratelli migranti. Contro la barbarie, scrive: «Un bambino che muore nel Mediterraneo riepiloga le ignominie tollerate per millenni dalla coscienza umana, e insieme ci accusa. E coloro che l’hanno lasciato morire ci chiamano in causa, e ci fanno sedere al loro capezzale, complici».
E per finire, la croce che un amico sacerdote mi ha portato da Lampedusa, fatta con i legni di un barcone sfasciato, mi ricorda che la carne di Cristo crocefisso è quella di tanti, troppi, migranti, che hanno avuto l’unica colpa di fuggire da situazioni drammatiche per chiedere accoglienza, e invece hanno trovato la morte.