Mosaico
Un paradosso accompagna il Natale: la festa cristiana più popolare, quasi pervasiva nell’invadere città e immaginari, diventa sempre più difficile da interpretare al crescere della sua esposizione mediatica e commerciale. In una società che stenta a riconoscersi nel messaggio cristiano, le immagini della Natività rischiano allora di trasformarsi in segni opachi, ripetuti per abitudine più che compresi, svuotati di quella trama di significati che per secoli li ha resi vivi.
Dietro le polemiche cicliche sui presepi si nasconde forse una domanda più profonda: cosa rappresentano queste immagini, cosa ci dicono veramente? Lo chiediamo ad Andrea Nante, storico dell’arte e direttore del Museo diocesano di Padova, che ci accompagna in un piccolo viaggio attraverso le collezioni dell’istituzione che ha appena celebrato i 25 anni di attività. Non senza riflettere prima su un’immagine che oggi ci appare come un quadro immobile – la capanna con il bue e l’asinello, la stella, il Bambino, Maria e Giuseppe – ma che in realtà nasce in un momento e da una spiritualità ben precisi: quelli di Francesco d’Assisi, di cui il prossimo anno ricorre l’ottocentesimo anniversario dalla morte.
«A Greccio nel 1223 Francesco mette in scena il primo presepe come spazio liturgico che diventa storia, dramma sacro – spiega Nante – Pensiamo a lui che si china a deporre il Bambino nella mangiatoia davanti ai pastori: una vera e propria rappresentazione pensata per essere vissuta dalla comunità». Un’intuizione che in seguito viene codificata da Giotto, in cui la storia sacra si fa sempre più vicina e presente: «Vediamo la Natività degli Scrovegni, con lo scambio di sguardi tra Maria e Bambino – continua il direttore del Museo – Un’intesa che tutte le madri riconoscono: in essa vediamo sì la divinità di Gesù, dallo sguardo sorprendentemente maturo, ma anche la tenerezza di una donna verso il suo bambino».
Da qui prende avvio il percorso attraverso le collezioni del Museo diocesano, dove le immagini non sono semplici oggetti devozionali ma presenze con cui entrare in relazione. Emblematica è la Madonna con Bambino di Giusto de’ Menabuoi, realizzata nel terzo quarto del Trecento: uno stendardo in stoffa fatto per essere portato in processione, che probabilmente riproduce un’immagine più antica, venerata in Cattedrale a Padova e oggi perduta. A questo proposito i libri liturgici della Biblioteca Capitolare raccontano una pratica affascinante: «L’icona originale veniva coperta con un drappo per essere in seguito svelata durante la liturgia da figure vestite da puerpere e angeli», spiega il direttore. In questa immagine Maria non si limita ad accogliere il Figlio appena nato: «Lo dona simbolicamente ai pastori, ai fedeli, a noi che la guardiamo – sottolinea Nante – E le fasce che avvolgono Gesù alludono già al suo destino: presagio della morte futura ma, essendo allentate, anche della sua risurrezione». In essa Giusto ripropone modelli antichi con il proprio linguaggio, come si vede dalla vivacità del volto e dello sguardo, dai volumi e dalla solidità dei corpi.
Una progressiva umanizzazione che emerge con forza anche nella Madonna dell’umiltà di Nicoletto Semitecolo (1367). Seduta a terra, Maria allatta il Bambino discostandosi dall’iconografia Vergine in trono, così diffusa nel Trecento: «Qui la Madre di Dio è vicina al popolo, un’immagine in cui tutti possono ritrovarsi e che in seguito viene ripresa dalla quattrocentesca Madonna del latte, ambientata addirittura in un prato, dipinta da Antonio di Pietro da Verona e proveniente dal Duomo vecchio di Santa Giustina a Monselice».
Con il passare dei secoli il Natale continua a essere attualizzato, come si vede in due dipinti cinquecenteschi attribuiti a Francesco da Ponte detto Bassano. Nell’Adorazione dei Magi i misteriosi personaggi provenienti dall’Oriente simboleggiano tre età, tre provenienze, tre culture: «Rappresentano l’universalità della ricerca: per arrivare a Cristo si può partire da punti diversi – ricorda Nante – Anche gli oggetti raffigurati parlano del presente: stoviglie, bacili, contenitori che appartengono al tempo del pittore. La Natività appartiene a ogni epoca». Così anche la Fuga in Egitto dello stesso autore è ambientata in paesaggi veneti, mentre in un’altra Adorazione di un anonimo pittore veneto la scena si svolge fra una folla di spettatori in abiti turcheschi e bizantini.
«Queste immagini sono state dipinte per parlarci, per interagire con chi le guarda». Forse oggi a spiazzare è proprio la perenne attualità di queste scene, perché non siamo più capaci di coglierne il senso. «Le immagini a volte rassicurano – conclude Nante – altre provocano, ricordandoci ciò che tendiamo a rimuovere: un bambino che nasce lontano da casa e senza un tetto, una famiglia costretta alla fuga, la violenza del potere che si accanisce sugli innocenti». Forse è questo che abbiamo dimenticato: il Natale come storia fragile, esposta e ancora drammaticamente contemporanea.

Il Natale è ovunque, ma a volte il suo senso sembra sfuggirci. Dietro la familiarità delle immagini della Natività si nasconde una storia complessa, fatta di gesti, simboli e continue attualizzazioni. Dal presepe di Francesco d’Assisi alle opere del Museo diocesano di Padova, un viaggio per riscoprire come queste immagini siano nate per parlare, provocare e mettere in relazione.
Da 25 anni il Museo diocesano è una presenza importante nel panorama culturale di Padova. Nato in occasione del Giubileo del 2000 nel Palazzo vescovile e fin da allora guidato da Andrea Nante, il Museo ha saputo intrecciare ricerca, divulgazione e apertura alla città. La sua ricchezza espositiva, che spazia da pittura e scultura a oreficeria e codici antichi, racconta con rigore e senso comunitario la storia e la vitalità del patrimonio ecclesiastico padovano. Si trova in piazza del Duomo 12, a fianco della Cattedrale. Aperto da martedì a domenica (10-13 e 14-18) e lunedì 14-18. Info: www.museo
diocesanopadova.it