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Le buone notizie ci sono, ma non è così scontato consegnarle e accoglierle. «Sette anni di ricerca silenziosa sono indispensabili a un uomo per apprendere la verità, ma gliene occorrono quattordici per imparare come comunicarla ai suoi simili»: questa affermazione, attribuita a Platone, mi ha sempre creato curiosità e inquietudine.
Infatti, nella comunicazione non è vero ciò che dice l’emittente, ma quello che comprende il ricevente. Se a questo aggiungiamo il limite della “parola” – che possiede molteplici sfumature semantiche – la Babele è servita: ogni mente associa i concetti in maniera diversa e questo genera spesso confusione e malintesi. Ecco perché Gesù chiede all’esperto delle Scritture: «Come leggi?» (Lc 10,26).
Ogni comunicazione è interpretazione. Non a caso, la cultura in cui siamo inseriti condiziona la comprensione del messaggio; adeguarsi, in fondo, è una delle leggi della sopravvivenza. Nel mondo della comunicazione resta però sempre attiva una sfida: individuare il messaggio e i valori e, senza tradirne la sostanza, farli desiderare. Ogni messaggio porta con sé un cambiamento, una novità, ma il nostro cervello oppone resistenza al nuovo perché costa energia (glucosio e ossigeno), mentre la routine è “gratis” poiché automatica.
Il Vangelo, di per sé, consegna un cambiamento radicale e imprevedibile nella sua evoluzione: ecco un secondo motivo per cui spesso la sua “buona notizia” viene rifiutata. Ma non scoraggiamoci: non siamo soli e siamo ben sostenuti. Gesù ce lo ha promesso: «Non preoccupatevi prima di quello che dovrete dire, ma dite ciò che vi sarà dato in quell’ora: perché non siete voi a parlare, ma lo Spirito Santo» (Mc 13,11). Questi versetti ci ricordano che senza ascolto e silenzio la nostra comunicazione sarà vuota e non autorevole.
Comunicare è il frutto di un lento processo dell’evoluzione umana non ancora concluso: dai primi suoni e vocali fino alle consonanti, nel tentativo meraviglioso di creare quel “grooming” sociale che ci appartiene, ovvero raccogliere informazioni per la sopravvivenza e coltivare relazioni affettive di comunione. La comunicazione, tuttavia, non deve essere concepita come il semplice trasferimento di idee da un soggetto pensante a un altro; in quel caso si tratterebbe di propaganda o suggestione, mai di comunicazione autentica. Quest’ultima implica partecipazione: essa avviene quando un aspetto di un mondo condiviso si illumina, rendendosi accessibile a entrambe le parti in gioco.
Alcune cose, però, non vanno trascurate: se l’emittente non è convinto e credibile, non lo sarà nemmeno il ricevente. Esistono molti linguaggi – leggende, parabole, allegorie, illustrazioni, esempi, domande, paradigmi – e vanno esplorati a seconda del contesto. Affinché l’informazione sia trasmessa con precisione, chi dà l’informazione e chi la riceve devono operare all’interno dello stesso quadro di riferimento (si veda il modo di parlare di Gesù).
Ricordiamoci infine che quanto maggiore è la prevedibilità, tanto più piccolo sarà l’impatto del messaggio: ecco il senso delle parabole. Ciò che viene scoperto direttamente da chi riceve il messaggio ha un impatto più forte rispetto a ciò che viene presentato dal comunicatore in forme predigerite e generiche. La buona notizia siamo noi, quando il messaggio accolto cambia davvero la nostra vita.