Chiesa
Quando si va pellegrini a Gerusalemme, uno dei primi luoghi che si desidera visitare è la basilica del Santo Sepolcro, conosciuta anche con il nome di “chiesa della Risurrezione”. È un edificio di epoca crociata che contiene al suo interno due luoghi santi: il Calvario o Gòlgota, dove Gesù fu crocifisso, e l’edicola della Risurrezione, costruita su quel che rimane della tomba di Gesù. Chi non è mai stato in Terra Santa magari immagina il Calvario come un monte; in realtà ai tempi di Gesù era una piccola altura rocciosa (dovrebbe essere stata al massimo 15 metri), una cava abbandonata, collocata fuori dalle mura della città e successivamente inglobata all’interno della basilica crociata.
Oggi sono tre le tappe che si possono fare, pregando sul Calvario. Di solito per prima cosa si salgono le scale che portano sulla sommità; pochi gradini abbastanza ripidi, con i quali si arriva a una parte sopraelevata in cui si può sostare in preghiera. Chi lo desidera, può accostarsi al luogo in cui secondo la tradizione era collocata la croce: si aspetta in fila, ci s’inginocchia, attraverso un’apertura si poggia la mano sulla roccia stessa del Gòlgota. È il luogo della morte di Gesù, che posso toccare con le mie mani.
Ai piedi della scalinata, al livello del pavimento della basilica, si trova la “cappella di Adamo” (seconda tappa). È una cappellina proprio piccola, ci stanno poche persone; dietro a una protezione di vetro, si può vedere una parte della roccia del Calvario, segnata da una vistosa spaccatura dall’alto al basso. Gli archeologi dicono che probabilmente è quello il motivo per cui la cava fu abbandonata: la roccia non era più “buona”, a un certo punto non era più possibile ricavarne dei pezzi belli; da allora – già prima di Cristo – l’area circostante era diventata un giardino, utilizzato per le sepolture. La tradizione ha voluto collegarvi però un altro ricordo: secondo l’evangelista Matteo, alla morte di Gesù la terra tremò e le rocce si spezzarono (cfr. Mt 27,51); così il dono della sua vita raggiunse gli inferi – è sempre la tradizione che ci porta su questa linea interpretativa – fino ad Adamo, sepolto proprio sotto il Gòlgota.
Scendendo per altri due livelli, si può raggiungere la base del Calvario (terza tappa), che all’epoca di Gesù era evidentemente più bassa rispetto ad oggi; lì sant’Elena avrebbe trovato i resti della croce. È uno dei luoghi più suggestivi, perché fai proprio l’esperienza di scendere nelle viscere della terra, ripercorrendo simbolicamente il cammino fatto da Gesù per la nostra salvezza.
E proprio qui nasce una domanda: ciò che è accaduto una volta, su quella roccia che possiamo ancora toccare, che cosa ha a che fare con noi oggi? Nei numeri 26-28 dell’enciclica Mysterium fidei, Paolo VI ricorda quella che è la sintesi e l’apice della dottrina della Chiesa sull’Eucaristia: in essa è rappresentato ed è ancora efficace il dono di sé che Gesù ha compiuto sulla croce. Riprendendo la teologia della Lettera agli Ebrei, afferma che il sacrificio di Cristo è avvenuto una volta per sempre: non deve essere ripetuto. È come quel sangue che – secondo l’immagine cara alla tradizione – scende fino alle profondità della terra per raggiungere Adamo e, in lui, tutta l’umanità. Quel gesto compiuto sul Calvario attraversa il tempo e raggiunge ciascuno di noi. Per questo l’enciclica usa verbi molto concreti: il dono della vita fatto da Gesù in croce è “rappresentato” e “ne viene applicata” la virtù salutifera. L’Eucaristia non aggiunge qualcosa alla croce, ma rende presente, vivo e operante quel giorno: il giorno in cui Cristo è morto per noi.
Forse la parola “sacrificio” oggi suona distante dalla nostra sensibilità. Richiama il linguaggio dell’Antico Testamento e i riti del tempio di Gerusalemme, dove ogni giorno si offrivano animali o doni in onore del Signore. Ma da quando Gesù ha offerto la sua stessa vita, non è più necessario altro: l’unico sacrificio che salva è il suo, compiuto una volta per sempre. È un dono totale: «questo è il mio corpo», cioè «questo sono io, per voi». Per questo motivo Paolo VI può iniziare dicendo: «Ci piace richiamare la dottrina». Non è un richiamo freddo o teorico, ma una memoria piena di gratitudine.
È certamente un privilegio andare a Gerusalemme e posare la mano sulla sommità del Calvario, o sostare alle sue radici, là dove la roccia affonda nella terra; ma la gioia più grande è sapere che quel dono non resta legato a un luogo. È offerto a tutti, ogni volta che celebriamo l’Eucaristia.
Intenzione di preghiera del papa
Preghiamo perché le Nazioni procedano ad un effettivo disarmo, in particolare al disarmo nucleare, e perché i leader mondiali scelgano la via del dialogo e della diplomazia anziché la violenza.
Intenzione dei vescovi
Ti preghiamo, Signore, affinché la Chiesa in unione con la Vergine Maria, sappia indicare Cristo come modello per una sequela capace di condividere le necessità dei fratelli.
Intenzione per il clero
Cuore di Gesù, accompagna il cammino umano e spirituale dei tuoi ministri attraverso guide sagge e sicure, che sappiano orientarli alla ricerca della tua volontà e sostenerli nelle prove.