Fatti
La proposta di candidare i bambini di Gaza al Premio Nobel per la Pace continua a raccogliere consensi in Italia e all’estero. L’iniziativa, promossa dal professor Domenico Mazzarella, si è progressivamente trasformata in un appello che coinvolge personalità del mondo accademico, culturale, religioso e della società civile, insieme a organismi impegnati nella tutela dei diritti umani e nell’assistenza umanitaria. Ampio spazio e sostegno è stato dedicato alla campagna anche da Avvenire, quotidiano della Cei. L’obiettivo della proposta è richiamare l’attenzione della comunità internazionale sulle conseguenze dei conflitti armati sui minori, facendo dei bambini di Gaza il simbolo di una sofferenza che accomuna milioni di bambini coinvolti nelle guerre in ogni parte del mondo.
A parlare al Sir di questa proposta è Haakon Gjerløw, direttore ad interim del Peace Research Institute Oslo (Prio), uno dei più autorevoli istituti internazionali di ricerca sui temi della pace, della sicurezza e della risoluzione dei conflitti. Fondato nel 1959, il Prio è considerato un osservatore privilegiato del Nobel per la Pace e pubblica ogni anno una propria shortlist indipendente (https://www.prio.org/nobelshortlist), di candidati ritenuti particolarmente significativi per la promozione della pace e dei diritti umani. Pur non avendo alcun ruolo nel processo decisionale del Comitato Nobel, la lista elaborata dell’istituto rappresenta un punto di riferimento autorevole nel dibattito internazionale sul premio. Nella shortlist 2026 del Prio figurano, tra gli altri, Save the Children e Mykola Kuleba, fondatore dell’organizzazione ucraina Save Ukraine, indicati congiuntamente per il loro impegno a favore dei bambini vittime dei conflitti armati. Secondo il Prio, un eventuale riconoscimento a queste realtà contribuirebbe a portare all’attenzione mondiale l’impatto devastante delle guerre sui minori e il lavoro di chi opera per proteggerne i diritti, la sicurezza, l’istruzione e l’accesso alla giustizia. Una candidatura che presenta evidenti punti di contatto con la proposta avanzata da Mazzarella e con la campagna a sostegno dei bambini di Gaza. Il vincitore del Premio Nobel per la Pace 2026 sarà annunciato dal Comitato Nobel norvegese il 9 ottobre 2026 a Oslo, mentre la cerimonia di consegna del riconoscimento si terrà, come da tradizione, il 10 dicembre 2026 nella capitale norvegese.
Direttore Gjerløw, ritiene che una candidatura come quella dei bambini di Gaza sia compatibile con lo spirito e le finalità storiche del Premio Nobel per la Pace?
Il Premio Nobel per la Pace può essere condiviso da non più di tre destinatari. Un premio assegnato ai “bambini di Gaza” richiederebbe quindi un rappresentante, che potrebbe essere un’organizzazione o una persona. Secondo il testamento di Alfred Nobel, il premio dovrebbe essere assegnato a chi ha fatto di più per prevenire i conflitti e promuovere il disarmo e la cooperazione internazionale. Per questo motivo non è mai stato conferito alle vittime dei conflitti, ma spesso a individui e organizzazioni impegnati a proteggerle. In modo analogo alla proposta del professor Mazzarella, il Prio ha inserito nella propria shortlist Save the Children e Mykola Kuleba, fondatore di Save Ukraine.
Un premio di questo tipo metterebbe in evidenza sia l’impatto della guerra sui bambini sia il ruolo attivo che essi possono avere in tali contesti, riconoscendo al tempo stesso il lavoro di chi opera per proteggerli. Inoltre, richiamerebbe l’attenzione sul quadro delle Nazioni Unite relativo alle sei gravi violazioni commesse contro i bambini nelle zone di conflitto.
Quali sono queste violazioni?
Le Nazioni Unite hanno individuato sei gravi violazioni commesse contro i bambini nei contesti di conflitto armato (https://childrenandarmedconflict.un.org/en/six-grave-violations). Si tratta di: uccisione e mutilazione dei minori, quando i bambini vengono uccisi o riportano ferite gravi a causa delle operazioni militari. Reclutamento o utilizzo di bambini soldato, attraverso l’arruolamento forzato o volontario di minori da parte di eserciti o gruppi armati. Violenza sessuale contro i minori, comprese tutte le forme di abuso, sfruttamento e coercizione sessuale legate ai conflitti. Rapimento di bambini, utilizzati come ostaggi, reclutati con la forza o trasferiti illegalmente. Attacchi contro scuole e ospedali, che privano i minori dell’accesso all’istruzione e alle cure sanitarie. Negazione dell’accesso umanitario ai bambini, impedendo o ostacolando l’arrivo di aiuti essenziali come cibo, acqua, medicine e assistenza umanitaria. Queste sei categorie costituiscono il quadro di riferimento utilizzato dalle Nazioni Unite per monitorare e denunciare le più gravi violazioni dei diritti dei bambini nelle zone di guerra.
Al di là dell’ammissibilità formale secondo i regolamenti del Nobel, quale valore simbolico potrebbe avere oggi un’iniziativa di questo genere nel contesto internazionale?
Ritengo che un premio focalizzato sui bambini coinvolti nei conflitti armati metterebbe in luce le devastanti conseguenze della guerra sui minori e sottolineerebbe la necessità di tutelarne i diritti, la sicurezza e l’accesso alla giustizia e all’istruzione nelle situazioni di guerra.
Esistono precedenti di candidature al Premio Nobel per la Pace pensate per rappresentare categorie più ampie di vittime o popolazioni colpite da sofferenze e conflitti?
Le candidature restano riservate per cinquant’anni, quindi ciò che è stato proposto nel corso del tempo è in gran parte sconosciuto. Il premio, tuttavia, non è mai stato assegnato a categorie generiche di vittime. È stato invece conferito a individui e organizzazioni che rappresentano tali gruppi e che lavorano attivamente per proteggerli. Il Nobel per la Pace del 2014, ad esempio, è stato attribuito a Kailash Satyarthi (India) e Malala Yousafzai (Pakistan/Regno Unito) per il loro impegno a favore dei diritti dei bambini: Satyarthi contro il lavoro minorile e Yousafzai per il diritto all’istruzione delle bambine.
C’è il rischio che concentrarsi sui bambini di Gaza possa essere percepito come un modo per dare maggiore risalto a una tragedia rispetto ad altre oppure il valore simbolico di una simile candidatura potrebbe contribuire a richiamare l’attenzione su tutti i bambini colpiti dalla guerra?
Il Comitato Nobel non esita ad assegnare il premio a persone o organizzazioni che operano in contesti geografici o politici specifici, anche se questo può comportare una maggiore attenzione verso alcune realtà rispetto ad altre. Tali riconoscimenti, tuttavia, sono generalmente inseriti in una prospettiva più ampia e collegati a questioni di rilevanza internazionale. Il Nobel per la Pace 2025 assegnato a María Corina Machado, ad esempio, ha richiamato una notevole attenzione sulla situazione del Venezuela, ma il Comitato ha voluto soprattutto evidenziare il tema più generale della tutela dei diritti democratici
Se la proposta dovesse concretizzarsi attraverso una persona o un’organizzazione rappresentativa, quali caratteristiche dovrebbe possedere per essere considerata credibile e coerente con la tradizione del Nobel?
Secondo il testamento di Nobel, la persona o l’organizzazione dovrebbe essere quella che ha fatto di più per prevenire i conflitti, promuovere il disarmo e favorire la cooperazione internazionale.
Una candidatura di questo tipo potrebbe contribuire a rafforzare la consapevolezza internazionale sull’impatto dei conflitti armati sui bambini, indipendentemente dalla nazionalità, dall’etnia o dalla religione?
Sì. L’assegnazione del premio a un’organizzazione con una prospettiva globale contribuirebbe anche a mettere in evidenza l’agenda internazionale per la protezione dei bambini coinvolti nei conflitti armati. Save the Children, ad esempio, svolge un ruolo centrale nella prevenzione e nella risposta alle sei gravi violazioni contro i minori individuate dalle Nazioni Unite. I suoi programmi di protezione, l’attività di advocacy e la presenza sul campo consolidata nel tempo mostrano quanto le organizzazioni umanitarie siano importanti nel tutelare i bambini e nel chiedere conto delle responsabilità ai responsabili degli abusi.