Chiesa
Angola, Paese ricco di risorse ma segnato da profonde disuguaglianze. A oltre vent’anni dalla fine della guerra civile, persistono povertà diffusa, fragilità infrastrutturali e forti squilibri tra città e aree rurali. Nelle zone interne l’accesso a cibo, istruzione, sanità e documenti di identità resta una sfida quotidiana. In questo contesto operano le Suore del Buon Pastore, presenti dal 1961, impegnate nella promozione umana e nella tutela della dignità di donne, giovani e famiglie vulnerabili. Attraverso progetti di sviluppo integrale, formazione e accompagnamento sociale, la Congregazione promuove percorsi di autonomia e inclusione. A raccontarlo è sr. Rita Luís Lourenço, direttrice dell’Ufficio Sviluppo della Missione Angola.
Suor Rita, come accompagnate la popolazione nelle sfide quotidiane?
Partiamo dai bisogni reali. La povertà tocca cibo, lavoro, istruzione, dignità: per questo interveniamo su più dimensioni insieme. In agricoltura sosteniamo le famiglie che coltivano con metodi tradizionali di sussistenza, introducendo strumenti e risorse adeguate. Offriamo lotti di terreno in partenariato, privilegiando i più fragili. Chi partecipa riceve metà del raccolto: cibo, reddito, autonomia. Promuoviamo inoltre formazione professionale e alfabetizzazione, perché istruzione e competenze aprono opportunità concrete. Accompagniamo anche nell’accesso ai documenti, ai servizi pubblici e bancari. Non è assistenza occasionale, ma un cammino condiviso per rendere le persone protagoniste della propria vita.
Quali sono le principali sfide?
Nelle aree rurali le difficoltà sono intrecciate. L’insicurezza alimentare è centrale: strumenti rudimentali e scarse conoscenze tecniche limitano la produzione, con diete povere e poco diversificate. L’analfabetismo perpetua il ciclo della povertà. Le infrastrutture sono carenti: strade quasi inesistenti, assenza di trasporti pubblici, comunità isolate. Molte donne percorrono anche 25 chilometri a piedi per vendere i prodotti e acquistare beni essenziali. A ciò si aggiunge l’esclusione sociale e finanziaria: senza documenti e informazioni, molti restano ai margini, invisibili. Per questo interveniamo contemporaneamente su ambito produttivo, educativo e sociale.
Quali sono le necessità più urgenti?
Prioritario è aumentare la produttività agricola con sementi di qualità, fertilizzanti, attrezzature meccanizzate e sistemi di irrigazione alimentati da pannelli solari, per ridurre la dipendenza da piogge sempre più irregolari. Serve anche un mezzo di trasporto comunitario per superare l’isolamento. Fondamentali sono le “Scuole di Campo” per formazione agricola e alfabetizzazione, e cliniche mobili per garantire assistenza sanitaria nelle zone remote. Solo un intervento integrato può generare sviluppo duraturo.
Quali risultati emergono dal progetto sostenuto dalla Cei?
In collaborazione con la Good Shepherd International Foundation e partner locali, è stato avviato un programma integrato nelle province di Uíge e Cuanza Norte che coinvolgerà 1.000 famiglie (circa 5.000 persone), unendo formazione agricola, alfabetizzazione e rafforzamento cooperativo. Sebbene iniziale, il progetto mostra segnali positivi: aumento della produzione, maggiore collaborazione, nuove competenze nella gestione della terra. La sicurezza alimentare migliora e cresce la fiducia nelle proprie capacità.
Una storia simbolo?
José viveva tra rifiuti e droga, senza documenti. Oggi ha un’identità legale, un conto in banca, un terreno e una casa: ha lasciato la strada ed è una persona libera. E poi le donne di Camabatela, grazie alla cooperativa agricola Kyma Kyetu (“il nostro prodotto”), con la metà del raccolto riescono a pagare la scuola dei figli e garantire un’alimentazione più varia. Piccoli segni che rappresentano un cambiamento profondo. Quando formazione, risorse e accoglienza si incontrano, le persone possono trasformare la propria vita e contribuire a comunità più inclusive. È qui che la missione trova il suo senso più autentico.